QualBuonSogno

29 Dic 2021


Alla ricerca di Nemo: il viaggio che ci rende “padri e figli”

Una lettura spirituale

Cosa succede se durante la nostra Lectio divina accostiamo una fiaba contemporanea come “Alla ricerca di Nemo” alla parabola del figliol prodigo di Luca (Lc 15,11-32)?

Partiamo dall’inizio. Nemo è un piccolo pesce pagliaccio, intraprendente, simpatico e curioso di esplorare il vasto mare, malgrado una pinna atrofica ed un papà, Marvin, un po' troppo apprensivo che vorrebbe custodirlo da tutti i rischi dell'Oceano. Quella di Nemo è una bella storia sulla voglia di crescere, di diventare grandi, ma che ci interroga anche cosa vuol dire “essere papà”.

Dice il Vangelo: "Quando era ancora lontano il padre lo vide e commosso gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò", (Lc 15,20). E io mi domando: sarà proprio uno dei tratti caratteristici del padre quello di mettersi alla ricerca del bambino che si è perduto? Anche se il padre della parabola non intraprende il lungo viaggio di Marvin, anche lui tuttavia decide di uscire di casa, di non rimanere ad attendere come un re severo seduto sul trono. Quando provo a immaginare e a contestualizzare questa parabola non immagino il padre sulla soglia di casa, ma mi piace vederlo che sale la collina da cui sta scendendo il figlio affaticato e sporco. D’altronde il testo biblico lo dice chiaramente: “Quando era ancora lontano” (15,20)! È un incontro che si fa all’aperto, che domanda a entrambi di aver fatto un pezzo di strada, aver vissuto a proprio modo una piccola avventura, proprio come Nemo e Marvin.

L'atmosfera sognante e meravigliosa di questa moderna fiaba della Pixar ci parla delle inaudite bellezze delle profondità marine, ci parla di gioia e di leggerezza. Ed anche noi accostando il testo biblico è come se già potessimo gustare fin dalle prime scene, quella la gioia del Padre che nella parabola esclama: «Facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato» (Lc 15,22). Chissà com’era quel paese lontano, chissà quali meraviglie c’erano, proprio come un fondale oceanico!

Ma la fiaba di Nemo, letta alla luce della parabola ci interroga anche sulla nostra autonomia. Quanto valore ai gesti consueti, quelli che ci permettono di sentire che possiamo badare a noi stessi, che abbiamo delle responsabilità, che già siamo chiamati a prenderci cura di quel che ci è donato come nostro e come vicino? Questo strano accostamento biblico ci interroga su quei gesti che tante volte compiamo col ‘ pilota automatico’: quando lasciamo che la vita ci passi accanto veloce tra un’occhiata furtiva allo smartphone mentre andiamo a caccia degli ultimi aggiornamenti dello stato dei nostri amici o mentre ci impegniamo in un frenetico zapping, ingurgitando il cibo senza esserci neanche accorti del suo sapore o del profumo che ha…E così le responsabilità che abbiamo ci diventano quasi invisibili, diventano “autonomia consumata in fretta”.

Non era forse un’autonomia di questo tipo, una responsabilità distratta, quella del figlio minore che all'inizio del testo di Luca esclama: "Padre, dammi la parte del patrimonio che mi spetta"(Lc 15,12)? A guardarli con queste lenti ci appaiono davvero fratelli questi due figli della parabola, entrambi inconsapevoli delle potenzialità e dell'autonomie che possiedono. Questa non presa di coscienza del reale che lo circonda non è anche la stessa realtà del fratello maggiore che si sente rispondere dal padre sconcertato: "Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo" (Lc 15,31)?

Il pesciolino Nemo voleva finalmente avere la libertà di sentirsi autonomo, voleva gustarsela fino in fondo la sua crescita, anche con la sua pinna atrofica. Partirà da solo per l’Oceano. E qui il confronto con la parabola ci aiuta a scusare il figlio minore, a sentirci anche noi talvolta come lui. Alla luce del piccolo Nemo capiamo bene quel desiderio di autonomia, lo sentiamo nostro!

C’è poi un ultimo aspetto nel film che ho trovato illuminante per guidare la mia lectio divina sul Figliol Prodigo:  “I pesci non sono fatti per essere rinchiusi” anche se “l’acquario ti cambia da dentro.” Con queste parole Branchia, un pesce tropicale, che ha vissuto con intensità la sua vita, nonostante abbia la medesima disabilità di Nemo, incoraggia il pesciolino a fuggire da quell’acquario nel quale è stato costretto. Branchia navigava in mare aperto e poi un pescatore subacqueo lo ha intrappolato… Ed è grazie a lui che Nemo ritrova la fiducia in sé stesso…nonostante la sua pinna atrofica. Perché un pesce non è fatto per nuotare in uno spazio angusto.

Ecco allora che qualche domanda a conclusione della mia lectio rimane aperta: ma non avrebbe dovuto il padre della parabola incoraggiare il figlio a partire? Anzi, se avesse incoraggiato anche il fratello maggiore non l’avrebbe forse aiutato a maturare meno rancore? … perché allora ha agito in questo modo?

È nel viaggio che ciascuno di noi compie che si scopre la ricchezza di quel poco che si possiede. È mettendosi tutti in movimento che ci si ritrova: padri e figli.  Certo nel viaggio si scopre anche l’amaro gusto della sconfitta: "Quanti salariati in casa di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame!" (Lc 15,17). Ma con quella frase non si scopre fratello di un'umanità ben più grande? Magari vasta come l'Oceano immenso!

(Dalla rivista QualBuonVento n°11 | Settembre-Dicembre 2021)






ABOUT AUTORE

Fra Alberto Maria Osenga

Fr. Alberto Maria Osenga (Ivrea, 1984) è un monaco benedettino del monastero della “SS.Trinità” a Dumenza (VA). Ha tradotto e curato vari libri per la casa editrice Monasterium tra cui una trilogia sul monachesimo missionario nel mondo anglosassone, germanico e scandinavo e alcuni testi sulla spiritualità celtica.





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