QualBuonSogno

18 Ago 2021


Fanta-ghirò: al di là degli stereotipi

Una lettura spirituale

La fiaba di “Fanta-ghirò, persona bella” è presto raccontata.

C’era una volta un vecchio re che ricevette da un giovane re una dichiarazione di guerra. Il vecchio re non aveva figli maschi, ma soltanto tre belle ragazze. La maggiore si offrì prontamente per condurre la guerra, ma durante il cammino, alla vista di un canneto, pensò alle rocche per filare la lana… Il patto era “nessun pensiero o comportamento da donna”! Lo scudiero quindi la riportò a casa. Si offrì la figlia mezzana, ma anch’ella, alla vista di un bosco di pali alti e dritti, pensò ai fusi per filare, e fu riportata a casa. A quel punto si fece avanti la figlia minore, Fanta-ghirò, che, travestendosi da guerriero, avanzò verso il regno rivale senza alcun indugio.

Il Re nemico era un bel giovanotto a cui bastò una sola occhiata per rendersi conto che il “guerriero” era, in realtà, una ragazza.

Il giovane confessò alla regina madre di essersi innamorato di quell’efebico cavaliere. La madre, incredula, gli suggerì di sottoporre quel cavaliere a tre prove che ne avrebbero attestato la virilità. Fanta-ghirò le superò con astuzia. Ma di fronte alla quarta prova, fare il bagno insieme al Re, dovette invocare il soccorso del padre. La ragazza si salvò, riuscì ad ottenere la pace tra i due regni, ma prima di andarsene lasciò un messaggio che rivelava la sua identità. Il giovane re innamorato la raggiunse a casa del padre più veloce di un lampo e la condusse a Palazzo, dove i due convolarono a nozze, e vissero felici e contenti per molti anni.  

Il racconto, riportato da Italo Calvino, è una delle fiabe italiane più note ed originali del nostro ricco patrimonio etno-antropologico. Raccolta nel 1880 nella zona di Montalto Pistoiese, apre in modo inatteso il tema dell’identità di genere, ma offre anche spunti affascinanti da cui ricavare una lettura spirituale.

Vedo all’interno di questa fiaba italiana tre temi: imparare a leggere i comportamenti al di là degli stereotipi, la bellezza come unità di vita, la pedagogia dell’uscita da sé.

Poi mi fermo e mi chiedo: ma cosa dice la Bibbia in merito?

Ed ecco che, alla luce della Parola, il racconto si apre in un sorprendente caleidoscopio di significati.

Imparare a leggere i comportamenti

Il tema di saper leggere e interpretare i comportamenti nella verità fa da sfondo alla fiaba.

Da un lato un linguaggio in codice era stabilito tra il re e le sue figlie. Il re possedeva tre sedie “la celeste voleva dire allegria; la nera significava morte; la rossa stava per guerra” E le figliole, quando andavano a trovarlo la mattina, guardavano sempre su quale sedia s’era seduto per capire di che umore era.

Dall’altro il racconto è ritmato dalle confessioni-filastrocca del giovane principe alla madre:

“Si è comportato da uomo. Io però sono sempre della stessa idea:

Fanta-ghirò, persona bella

 Ha occhi neri e parole dolci,

O mamma mia, mi pare una donzella!”.

Anche nella storia di Davide, raccontata nella Bibbia, c’è come un ritornello:

“L'uomo guarda l'apparenza, il Signore guarda il cuore”[1].

Il codice emotivo decisamente schizofrenico del vecchio re, o il codice affettivo rigido e stereotipato della regina madre, non corrisponde alla verità dei due giovani, che si stanno parlando al cuore.

La bellezza come unità di vita

Il giovane principe, nella sua filastrocca, presenta Fanta-ghirò, come “Persona bella”. E questo è anche il titolo della fiaba.

Ora la Bibbia ci insegna che la bellezza è innanzitutto un’unità profonda tra le attitudini esteriori e i movimenti del cuore. Leggiamo ad esempio nel libro dei Proverbi:

“I capelli grigi sono una corona di bellezza quando si trovano nella via della giustizia”[2]. Anche la vecchiaia ha la sua bellezza quando esce dalle gelosie e dal senso di sentirsi assediata.

Ecco che ci è fornita una chiave della storia: non è tanto l’educazione sentimentale dei due giovani il focus, che nel loro gioco di prove da innamorati hanno già saputo superare le loro paure, ma la fiaba è innanzitutto lì per guarire il vecchio re dal suo “strano male”, altra faccia di quella regina-madre che continua ad ostinarsi a leggere il femminile nei suoi canoni stereotipati, superficiali e frutto di chissà quali innamoramenti mancati.

La pedagogia dell’uscita da sé

Il giovane re coinvolge Fanta-ghirò in un gioco di snidamento. La chiama a venire fuori per quello che è, a manifestarsi.

Quando il Signore vuole educare il suo popolo lo chiama allo stesso modo, lo conduce fuori dall’Egitto[3],  lo porta nella prova del deserto, perché acquisti la sua vera identità.

Alla fine del racconto Fanta-ghirò, per salvare la sua identità ancora di bambina, è obbligata a domandare l’intervento del padre, a richiamarlo alla sua autorità…

“Devo tornare a casa di corsa. Se vuole, facciamo la pace subito. Il bagno lo faremo un’altra volta”.

Il racconto non poteva che chiudersi così, ma Fanta-ghirò è venuta a capo della sua identità:

“Donna è venuta e donna se ne va”, scrive su un biglietto. Ha accolto e integrato quel padre che ha mimato lungo tutta la fiaba.

L’amore chiama l’uno e l’altro dalle proprie posizioni e dai propri nascondimenti… anche quel re, che sapeva esprimere i suoi sentimenti solo con tre colori!

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[1] 1 Sam 16,7
[2] Prov 16,31
[3] Es 13-14





ABOUT AUTORE

Fra Alberto Maria Osenga

Fr. Alberto Maria Osenga (Ivrea, 1984) è un monaco benedettino del monastero della “SS.Trinità” a Dumenza (VA). Ha tradotto e curato vari libri per la casa editrice Monasterium tra cui una trilogia sul monachesimo missionario nel mondo anglosassone, germanico e scandinavo e alcuni testi sulla spiritualità celtica.









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