QualBuonSogno

23 Mar 2022


Fenomenologia del lupo (I): qualcosa non va nel bosco

(Il lupo di Gubbio)

Ci è stato insegnato che il lupo è figura del male, e che la sua figura può essere letta come il simbolo dell'antropofagia che sembrava esistere nell'Europa flagellata dalle carestie, al tempo della strutturazione dei grandi racconti che danno origine alle fiabe. Lupi e orchesse, specialmente nelle fiabe nordiche, si cibano di carne umana.

Ma cosa succede se proviamo ad osservare i comportamenti dei lupi, ad esempio, a partire delle storie dei santi? Cosa ne potremmo ricavare? Mettersi alla loro scuola vuol dire avventurarsi in una fenomenologia del selvatico e sappiamo bene quanto quest’esercizio sia oggi un’urgenza da riapprendere. Non si tratta certo di ritrovare la logica dell'homo homini lupus (l'uomo è un lupo per l'uomo), ma è vero che, se tempo fa si parlava di addomesticare, di rendere domestica la nostra parte rude, oggi il lavoro psicologico e umano da fare è spesso quello del ritrovare la propria dimensione selvatica. Con questo non si vuole certo dire che bisogna ritrovare una dimensione violenta o riconnettersi con la lotta per la sopravvivenza, ma anche in quest'ottica siamo poi sicuri che selvatico voglia dire violenza? Ritrovare la dimensione selvatica, sembra proprio uno dei grandi richiami della sfida ecologica di oggi. Non si tratta, infatti, di pensare un sistema ecologico che ricalca gli schemi del mercato, ma il saper sognare un nuovo modo di vivere in rapporto alla natura.

Vorrei in questo modo iniziare una fenomenologia dei lupi. Mettermi sulla loro strada, inseguirli nelle storie in cui si parla di loro per rinterrogare il nostro vivere sociale, il nostro essere cristiani, la relazione con gli altri, con la natura, con l'immaginario, con il mondo di cui abbiamo urgenza di prenderci cura.

Incamminati sulle tracce del lupo, il primo di cui incrociamo le orme e di cui vorrei osservare il comportamento è forse il più famoso, quello che di certo ci viene in mente quando si pensa al lupo italico: il lupo di Gubbio, osservato da quel grande scrutatore di fauna selvatica che è stato Francesco. Ma anche su questo punto, fare una fenomenologia del lupo vuol dire scoprire che, certo, Francesco si comporta da santo, è un vero santo medievale che fa tornare il selvaggio al civile, ma è assurdo volerne fare il prototipo dell’ecologista. Proviamo ad ascoltare i Fioretti e ad osservare quella parte selvatica che troppo spesso abbiamo nascosto.

Intanto si dice che un grande lupo “divorava gli animali e che si avvicinava alla città”. Questo comportamento è al contempo naturale ed innaturale. Indica che qualcosa non va nella fauna che ci circonda: perché va verso la città, un luogo che per natura non offre percorsi di selvaggina e di caccia? Perché cerca i “rifiuti degli uomini e volge le spalle al bosco? Il lupo di Gubbio ci dice che qualcosa si è rotto nel mondo che ci circonda. Diventa un indicatore del disequilibrio in cui è caduto il contesto naturale di Gubbio agli albori del XIII secolo. E questa ipotesi ci viene confermata da quanto segue: “vedendo molti cittadini il detto lupo si fa incontro a santo Francesco, con la bocca aperta. La scena è paradossale; il lupo non fugge la folla, anzi la ricerca, mostra certo la bocca aperta, segno del suo essere affamato e combattivo, disposto alla lotta, ma un suo istinto primario sembra essersi infranto; ricerca l’uomo. Sorprende in questo contesto la contrattualità del lupo con il mondo umano, il fermarsi a distanza, chiudere la bocca e iniziare una sorprendente danza di sottomissione davanti all’uomo “con atti di corpo e di coda e di orecchi e con inchinare il capo mostrava d'accettare ciò che santo Francesco diceva e di volerlo osservare. Il lupo si comporta quindi “domesticamente”, “inchina il capo e con atti mansueti di corpo, di coda e d'orecchi”… Francesco è riuscito nel suo intento, ma senza comprendere quello che era successo nelle terre attorno a quella città umbra, abbiamo troppo in fretta dato la colpa alla carestia, e alla mancanza di cibo. Il testo non ci parla di carestia, ma di terre arabili che hanno sottratto spazio alla foresta. Il lupo di Gubbio deve essere per noi come un campanello di allarme: cosa non va nel bosco che ci circonda?






ABOUT AUTORE

Fra Alberto Maria Osenga

Fr. Alberto Maria Osenga (Ivrea, 1984) è un monaco benedettino del monastero della “SS.Trinità” a Dumenza (VA). Ha tradotto e curato vari libri per la casa editrice Monasterium tra cui una trilogia sul monachesimo missionario nel mondo anglosassone, germanico e scandinavo e alcuni testi sulla spiritualità celtica.





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