QualBuonSogno

27 Apr 2022


Fenomenologia del lupo (II): la consapevolezza del predatore

(I lupi di Pessinetto)

Le vallate alpine sono piene di racconti di attacchi di lupi; per esempio, se si contano quelli riportati nei registri parrocchiali nell’Italia settentrionale, dal XV al XIX secolo si trovano circa 440 casi di attacchi[1]. Non stupisce allora leggere nella leggenda che riporta la fondazione del santuario di Sant’Ignazio a Pessinetto, nelle Valli di Lanzo (TO), questa storia:

“Un gran numero di lupi affamati, e rabbiosi entrò l'anno 1626, nella Valle di Lanzo, ed entrò nel territorio di Mezzenile, sbranando animali, che pascolavano nella campagna, e assaltando gli uomini a passi stretti, ove non potevano difendersi. Atterriti però da quel continuo e imminente pericolo della morte, i parrocchiani, e non sapendo come rimediarvi, deliberarono d'implorare l'aiuto di Sant'Ignazio... Si iniziarono processioni e rosari, e infine si videro i lupi, senza che alcuno li cacciasse, andarsene via da quel viaggio passando a bocche chiuse per mezzo alle bestie, e alle persone che le custodivano, senza fare oltraggio, ne minaccia a veruno[2]”.

Ignazio, il grande fondatore dei Gesuiti, era morto ormai da molto tempo e di quelle Valli probabilmente non aveva mai nemmeno immaginato l’esistenza, ma pochi anni prima era giunto a termine il suo processo di canonizzazione ed è grazie a storie come questa che ha ricevuto il titolo di protettore contro gli attacchi del lupo. Mettiamoci dunque per un attimo alla sua scuola, per capire quell’arte della saggezza che libera dalla paura e dall’ingenuità. Credo che da saggio maestro qual era, Ignazio abbia subito voluto insegnare nella preghiera agli abitanti di quelle vallate che il lupo è un animale predatore, che non identifica gli esseri umani come prede e che la sua dieta dipende dalla disponibilità e dalla accessibilità sul territorio di prede quali cervi, daini, cinghiali…. Per questo il racconto di Pessinetto dice che i lupi erano “affamati”. Il racconto ci parla anche della rabbia, ma sappiamo anche che quest’infiammazione del sistema nervoso animale è ormai completamente eradicata nel nostro paese.

Nelle campagne e nelle montagne coltivate e disboscate dei secoli passati, persone e lupi (cani randagi e selvatici) erano in competizione diretta per gli spazi e per le risorse alimentari e questo spiega gli attacchi da parte dei lupi come atti predatori. Una delle spiegazioni di questi attacchi, oltre alle logiche di difesa del branco, si possono ritrovare anche negli attacchi che talvolta riguardano alcuni cani, comportamento che rientra nelle dinamiche di competizione tra individui della stessa specie. È possibile che i pastori delle vallate avessero reagito in modo aggressivo a questi attacchi, innescando dei meccanismi di lotta e di difesa, come quando i cani si addentrano nel territorio di un branco di lupi, oppure quando i lupi si sono abituati a sfruttare risorse alimentari non custodite o scarti lasciati dagli uomini.

C’è poi un terzo elemento molto interessante del racconto ed è il tema del branco. Gli esperti[3] dicono che “i branchi di lupi stabili e strutturati tendono a nutrirsi prevalentemente di ungulati come il cinghiale e il capriolo, mentre gli individui singoli tendono a preferire gli animali domestici come le pecore. Ogni attività di selezione e abbattimento, come quella che con ogni probabilità gli abitanti delle valli avevano messo in piedi, tende a destrutturare i branchi con il risultato contrario a quello sperato: i lupi si disperdono sul territorio e aumentano così la pressione sugli animali domestici”.

È per questo che Ignazio ci chiama con forza a maturare una rinnovata responsabilità e consapevolezza del nostro abitare la natura, ed è un’urgenza che mi ha ispirato questi versi:

Ël luv a grata soe onge ans la pòrta ‘d la ca
A l’è venú visitame
A serca quaicos ant la lëgné.
La ca a resta serena tant’me na barca.
Dantorn ëd ij erbo-isole
Ch’a pòrto ij frisson dla neuit.
Vardo ël me gatt ross
Ch’a dòrm dnans a la mistá.
Un cant ëd neive am traversa ël cheur[4].

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[2] Carlo Giacinto Ferrero s.j., Raccolta delle grazie, e miracoli operati da s. Ignazio di Lojola fondatore della Compagnia di Gesù nella valle di Lanzo, Torino, 1727
[4] Il lupo: Il lupo gratta le sue unghie sulla porta di casa/ è venuto a farmi visita/ cerca qualcosa nella legnaia. / La casa resta serena come una barca. / Attorno alberi-isole/ che portano i brividi della notte. / Guardo il mio gatto rosso/ che dorme davanti all’icona. / Un canto di neve mi traversa il cuore.





ABOUT AUTORE

Fra Alberto Maria Osenga

Fr. Alberto Maria Osenga (Ivrea, 1984) è un monaco benedettino del monastero della “SS.Trinità” a Dumenza (VA). Ha tradotto e curato vari libri per la casa editrice Monasterium tra cui una trilogia sul monachesimo missionario nel mondo anglosassone, germanico e scandinavo e alcuni testi sulla spiritualità celtica.





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