QualBuonSogno

18 Mag 2022


Fenomenologia del lupo (III): l’olfatto

(Giona di Bobbio)

Che l’olfatto sia una delle caratteristiche più sviluppate del lupo può essere un fatto abbastanza evidente, ma quando iniziamo ad osservare più da vicino questa sua qualità, ecco che ci appaiono diversi elementi davvero interessanti, soprattutto quando rileggiamo, alla luce delle informazioni raccolte, le storie in cui appare questo personaggio affascinante e inquietante.

Se pensiamo che al nostro naso serve un certo numero di molecole per riuscire a definire un odore, possiamo immaginare come questa capacità si affini a misura che ci si addentra nel mondo selvatico. Vi è tutta una scala e una gerarchia della capacità olfattiva che va dall’uomo al lupo, passando ovviamente per il cane che non a caso è usato nella ricerca delle persone scomparse. Ai lupi bastano pochissime molecole per sentire un odore e distinguerlo dagli altri. In buone condizioni climatiche, un lupo può annusare la sua preda anche a 3 km di distanza, ma allora perché troviamo nel racconto medievale della vita di Colombano di Bobbio la descrizione di un pericoloso avvicinarsi?

Quando un branco di lupi si avvicina a una preda, la sua manovra è quella di raggiungerla trovandosi davanti ad essa, in modo da sorprenderla e sostenere in questo modo l’attacco finale. È di questa visione frontale che ci parla la vita di Colombano di Bobbio, raccontata dal suo discepolo Giona. Il monaco irlandese era nel bosco a leggere la Sacra Scrittura, quando un branco di 12 lupi gli si fa incontro, avvicinandosi a lui fino a poggiare il muso sulle sue vesti, come per annusarle. La storia ci dice “che poiché egli stava immobile e imperturbabile, essi lo lasciarono senza essere riusciti a mettergli paura, continuando però a gironzolare per la foresta”. Il racconto è davvero straordinario perché mi pare parli di una sorta di “adozione” del santo da parte del branco di lupi. Gli scienziati credono infatti che i lupi siano capaci di capire età e genere sessuale dei loro simili, solo con il loro odore.

I lupi possono comunicare tramite gli ululati, le espressioni del muso e il linguaggio del corpo, ma è soprattutto il senso dell’olfatto che resta la forma di comunicazione più usata. Il lupo si serve degli odori per cacciare, per marcare e rilevare il territorio del branco, per gestire le relazioni sociali nel branco, come primo momento della conoscenza, ma non solo. Ci sono alcuni comportamenti del lupo relativi agli odori molto più misteriosi. Per esempio i naturalisti han notato che alcuni lupi amano assumere odori diversi dal loro, rotolandosi, strofinando il dorso e il resto del corpo su oggetti profumati o maleodoranti. Alcuni pensano che si tratti di una tecnica di camuffamento o un gioco per familiarizzare in modo diverso assieme al branco. È possibile che in quell’ “appoggiare il muso” su Colombano vi sia anche il desiderio di assumerne l’odore.

Una lettura più edificante del racconto ci porterebbe a dire che le mani e gli abiti del santo si erano impregnati del buon profumo della Sacra Scrittura, che il monaco stava leggendo, e che, riconoscendo quest’odore, i lupi lo abbiano lasciato in pace, ma Giona non si perde in questi dettagli, né si lancia a dare un’interpretazione simbolica dei 12 lupi che lo circondano. Certo, 12 è un numero abbastanza elevato per un branco, se pensiamo che in genere esso è composto in media da 4 a 6 elementi, ma sappiamo che non è raro osservare anche branchi di 13 elementi. Quello che invece è interessante del racconto è il suo soffermarsi sul continuo “gironzolare” dei lupi nella foresta anche dopo l’incontro con Colombano. Scopriamo, proseguendo nel racconto, che in quel bosco vi era una banda di Svevi, che “vagabondava in quella regione e che faceva razzie”. Non sappiamo se nella sua mente di scrittore arcaico Giona volesse fare un parallelo tra lupi e barbari, o se volesse suggerire una duplice protezione del santo sul mondo animale e sui popoli germanici che in quegli anni cercavano un riparo nella Penisola. Possiamo ancora immaginare una sorta di camuffamento reciproco tra lupo e monaco, se solo Giona avesse voluto darci più informazioni..., ma il narratore medievale è estremamente sobrio, ci dice soltanto che Colombano passò indenne attraverso quel bosco e di certo alla fine avrà tirato il fiato!






ABOUT AUTORE

Fra Alberto Maria Osenga

Fr. Alberto Maria Osenga (Ivrea, 1984) è un monaco benedettino del monastero della “SS.Trinità” a Dumenza (VA). Ha tradotto e curato vari libri per la casa editrice Monasterium tra cui una trilogia sul monachesimo missionario nel mondo anglosassone, germanico e scandinavo e alcuni testi sulla spiritualità celtica.





Utilizzando il sito web, accetti il nostro uso dei cookie, per una tua migliore esperienza di navigazione. Maggiori informazioni Ok