QualBuonSogno

22 Giu 2022


Fenomenologia del lupo (IV): vita di coppia - vita di comunità

Bisogna dire, innanzitutto, che c’è una certa mitologia attorno al lupo. Basta digitare su un qualsiasi motore di ricerca per farsi un’idea del numero pressoché illimitato di romanzi rosa che trattano di licantropi, lupi mannari… fantasticando attorno a tutta una serie di femmine alfa e maschi alfa, come se i branchi fossero formati da lupi in concorrenza tra loro. Le cose però non stanno esattamente in questo modo.

I branchi al loro stato naturale sono prima di tutto una famiglia, formati dunque da una coppia seguita dai suoi cuccioli degli ultimi tre anni. Una coppia si forma quando un maschio e una femmina di due branchi diversi, giunti a maturità sessuale, seguono assieme una pista per cercare un nuovo territorio, un’area libera in cui fondare una nuova comunità. Un territorio non già occupato da altri membri del loro branco. È per questo che nelle mappe di diffusione, prima di essere sicuri che il lupo si sia davvero impiantato in un nuovo territorio, bisogna monitorare la presenze di coppie e verificare se riescono a riprodursi in quel nuovo contesto, perché questo non è qualcosa di scontato. Tanti sono i fattori che possono impedire ad una coppia di generare. Generalmente le femmine possono partorire una cucciolata all’anno, nascondendosi per la gravidanza, in tane localizzate lontano dalle zone periferiche, dove gli scontri con branchi rivali sono più frequenti.

Comunque il mito dei licantropi non è proprio nuovissimo e, nelle mie ricerche, scopro una bella storia in cui ci è narrata propria la vita di una coppia di licantropi... o almeno così pensavo ad una prima lettura!

Giraldus Cambrensis, un importante scrittore gallese che nel 1185-1186 visitò l’Irlanda, su mandato del re d’Inghilterra Enrico II, ci racconta la seguente storia:

“Un prete in viaggio con un giovane servo venne sorpreso dalla notte e costretto a fermarsi in un bosco. Acceso il fuoco all’improvviso gli si accostò un lupo in grado di parlare. Alla domanda del sacerdote su che creatura egli fosse, rispose di essere un buon cattolico, ma che lui e la sua compagna erano stati trasformati in lupi da un’antica maledizione. La sua donna era ora malata e domandava il viatico. Il lupo costrinse il prete, in maniera minacciosa, a seguirlo fino alla fenditura di una roccia. Il prete si rifiutava di darle la comunione, ma il lupo con una zampata tirò via tutta la pelle della lupa che la copriva dalla testa all’ombelico, scoprendo cosi la donna che il pelo celava. Poi ricevuto il viatico, si mise affianco della sua compagna e al mattino riaccompagnò il prete e il suo servitore verso il loro cammino”.

Ho riflettuto molto su questo racconto. Ad una prima lettura pensavo che parlasse del rapporto uomo-animale nascosto dietro l’immagine del licantropo, ma poi mi sono reso conto che tratta invece di un fatto reale e drammatico. Parla di un uomo e di una donna cacciati dalla comunità, costretti a vivere ai margini, a coprirsi di pelle di animali, a diventare, insomma, come dei licantropi, proiezione delle nostre paure. Perché quell’uomo e quella donna stanno al di fuori della comunità? Perché il sacerdote ha paura, perché vuole rifiutare il viatico?

Ci sono casi, seppur rari, ci dicono gli etologi (quelli che studiano gli animali), in cui una coppia di lupi può adottare dei cuccioli di altri branchi… Allora davvero forse è proprio guardando al lupo che possiamo imparare a diventare più umani.






ABOUT AUTORE

Fra Alberto Maria Osenga

Fr. Alberto Maria Osenga (Ivrea, 1984) è un monaco benedettino del monastero della “SS.Trinità” a Dumenza (VA). Ha tradotto e curato vari libri per la casa editrice Monasterium tra cui una trilogia sul monachesimo missionario nel mondo anglosassone, germanico e scandinavo e alcuni testi sulla spiritualità celtica.





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