Labyrinth, 1986: la fantasia che aiuta a farci strada

Una lettura spirituale

Esplorare l’universo di Labyrinth è come inoltrarsi nell’oscura fantasia di pittori come Hyeronimus Bosch, padre medievale del Surrealismo. Attraversare le oscure visioni di Escher, con i suoi giochi di specchi, di ingrandimenti, di scale che non arrivano mai da nessuna parte. Non è un caso che proprio la scena finale di questa grande fiaba contemporanea sia tutta pensata a partire dall’incisione Relativity del 1953, in cui il gioco delle scale crea dei piani impossibili, costruendo come un’infinita ascesa/discesa dove invano si cerca di raggiungere un punto fermo.

Al centro di questa assurda fantasmagoria sta Toby, il piccolo bambino rapito dai goblins, che la sorella Sarah deve salvare, tracciando il suo percorso all’interno di un labirinto magico abitato da creature fantastiche e inquietanti, da un cavalleresco cane yorkshire che cavalca un cane pastore, da un nano che spruzza veleno alle fate, da porte parlanti e da folletti con arti smontabili.

Padre di quest’universo è Jim Henson, il creatore dei Muppets, i famosi pupazzi che hanno abitato le fantasie dei ragazzini degli anni ’70, e anche in questo caso l’interazione uomo e pupazzo aumenta la sensazione di straniamento. Inoltre, se si pensa che alle scenografie ha collaborato Brian Froud, uno dei disegnatori del libro Fate, pubblicato nel 1978 e che per anni è stato uno dei cavalli di battaglia della cultura progressive e underground europea, avremo ancora dubbi sulla potenza fantastica di questa narrazione?

Ma allora che dire? Sarà possibile azzardare una lettura spirituale di questa fiaba che ha per protagonista David Bowie, il mentore del glam rock?

Attraverso un labirinto

Abbiamo già in parte accennato alla storia di questa fiaba cinematografica. Sarah, è una quindicenne figlia di genitori separati, il cui padre si è risposato con una donna che lei non accetta. Questo conflitto famigliare costringe Sarah a rifugiarsi in un mondo di fiabe, fino a che, una notte, tutta la rabbia e la frustrazione della giovane si catalizza sul fratellino Toby, centro simbolico delle sue gelosie e del suo sentirsi rifiutata: invoca quindi il re dei goblin (Bowie appunto) domandandogli di rapire l’odiato fratello.

Il film sarà quindi il racconto di come Sarah cerca di raggiungere il bambino, superando prove ed ostacoli, per poterlo riportare a casa sano e salvo, giungendo lentamente alla consapevolezza di essere una ragazza che si sa amata e capace di amore. La fantasia e l’immaginazione verranno quindi reintegrate nella vita di Sarah in una più matura e adulta consapevolezza, come un luogo di festa e non di rifugio-rifiuto. La danza finale con i pupazzi ne sarà l’ironica rappresentazione.

Mi pare che da questo racconto emerga senza dubbio il tema della crescita e della vita come un labirinto, che è uno dei grandi luoghi di riflessione della religiosità medievale. Pensiamo ai labirinti che spesso troviamo incisi nelle grandi cattedrali e che simboleggiano il difficile e controverso percorso della vita, il nostro faticoso farci strada attraverso prove ed enigmi.

Per un monaco, il labirinto attraversato da Sarah rimanda anche al mondo delle tentazioni, spesso simboleggiato dai demoni, che mai come in questo caso assumono inquietante realtà.

Un altro tema emerge con forza da questo racconto ed è il tema della fraternità ferita, che è uno dei grandi pensieri biblici, che ritroviamo ad esempio nelle storie dei patriarchi Giacobbe (Genesi 25-36) e Giuseppe (Genesi 37-50).

Attraversare la fraternità ferita

Giacobbe viene anche lui, come Sarah, da un conflitto aspro con suo fratello Esaù ed è proprio questa lotta interna alla dimensione famigliare (Gn 28,1-5) a costringere Giacobbe alla fuga. Nell’allontanamento Giacobbe scoprirà anche lui l’amore, incontrando Rebecca (Gn 29,1-30), e maturando una più solida consapevolezza di sé, proprio scoprendo le sue capacità di fantasia e di immaginazione (Gn 30, 25-43).

Grazie a questa fantasia Giacobbe costruirà il suo benessere economico, fino a poter fare ritorno in patria colmato non solo di beni, ma anche dell’amore di due donne e di numerosi figli (Gn 32). Questa maturità vedrà certo, un passaggio definitivo nel momento della lotta con l’angelo (Gn 32, 25-33): solo attraverso questa lotta Giacobbe potrà rincontrare ed accogliere suo fratello. Mi chiedo se nel film, la scena del ballo in cui Sarah danza con Bowie, scoprendosi e sentendosi amata, non sia in qualche modo assimilabile alla lotta di Giacobbe con l’angelo: Sarah dovrà mettere davanti la responsabilità verso il fratello, rinunciando a quell’amore così promettente per acquisire la maturità di scoprire il segreto di come si fa a voler bene davvero.

Anche la storia del patriarca Giuseppe potrebbe venirci in aiuto per leggere la fiaba contemporanea di Labyrinth. Siamo anche qui davanti ad una fraternità ferita in cui ancora una volta il sogno e la fantasia (Gn 40,1-23) orientano il protagonista nella comprensione della realtà, aiutandolo a trovare una strada nuova e personale nel cammino della vita. Saranno i suoi sogni a tirar Giuseppe fuori dalla prigione, prima di poter nuovamente incontrare i fratelli e riallacciare in modo più maturo, lontano dall’auto centramento infantile, i rapporti faticosi di una fraternità ferita.






ABOUT AUTORE

Fra Alberto Maria Osenga

Fr. Alberto Maria Osenga (Ivrea, 1984) è un monaco benedettino del monastero della “SS.Trinità” a Dumenza (VA). Ha tradotto e curato vari libri per la casa editrice Monasterium tra cui una trilogia sul monachesimo missionario nel mondo anglosassone, germanico e scandinavo e alcuni testi sulla spiritualità celtica.





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