QualBuonSogno

17 Feb 2021


Paziente lavorio di intaglio

“Si racconta che Orso, in quel tempo lontano in cui l’Europa era percorsa dai barbari, fosse sceso dall’Irlanda tra queste vecchie montagne che circondano Aosta e lì avesse trovato lavoro come custode della piccola chiesa cimiteriale appena fuori dalle mura cittadine. Nei lunghi inverni carichi di neve, aveva appreso, come i montanari, a lavorare il legno e la leggenda racconta che passasse le serate a intagliare zoccoli e giocattoli per i bambini della città”. – Orso di Aosta, eremita e monaco del VI secolo -

Non è facile colorare di speranza la notte, quando questa è troppo lunga. Credere che domani ci sarà un incontro. E per passare questi momenti più duri occorre come una liturgia, un rito, un ritmo. Abituarsi a rallentare, ripetere cento volte lo stesso gesto.

Il racconto che abbiamo riportato ci introduce in questo paziente vegliare. E certo il lavoro del legno ne è un’efficace metafora. Quello che trovo affascinante non è tanto il gesto dell’amore e dell’affetto verso i bambini, ma piuttosto il gesto inventivo e creativo. Costruire giocattoli vuol dire interrogarsi: “Ma come faccio a far funzionare questa ruota?” “Come coloro questo ingranaggio?”, “Come metto insieme questi pezzi?”. Mi piace il gesto spontaneo e infantile di Orso, come ce lo tramanda la tradizione, e mi piace ancor più quando penso che è il gesto di uno straniero che la povertà ha messo a guardia di un campo santo. Si tratta di far passare la vita, di lasciare che essa stessa debordi nella sua fecondità.

In un “mondo di baracche e spine”, mi par quasi di poter immaginare Orso che si rivolge ad una bambina con le parole della poetessa contemporanea Mariangela Gualtieri: “Ciao faccia bella, gioia più grande. L’amore è il tuo destino” e ancora “Tocca a te la lavatura della croste”.

Davvero io credo che nel paziente lavorio di intaglio interiore, chiedendo a noi stessi “ma come coloro questo ingranaggio?”, anche noi potremmo dire:

 

Bambina mia,
Per te avrei dato tutti i giardini
del mio regno, se fossi stata regina,
fino all’ultima rosa, fino all’ultima piuma.
Tutto il regno per te.
 
E invece ti lascio baracche e spine,
polveri pesanti su tutto lo scenario
battiti molto forti
palpebre cucite tutto intorno.
Ira nelle periferie della specie.
E al centro,
ira.
 
Ma tu non credere a chi dipinge l’umano
come una bestia zoppa e questo mondo
come una palla alla fine.
Non credere a chi tinge tutto di buio pesto e
di sangue. Lo fa perché è facile farlo.
Noi siamo solo confusi, credi.
Ma sentiamo. Sentiamo ancora.
 
Sentiamo ancora. Siamo ancora capaci
di amare qualcosa.
Ancora proviamo pietà.
Tocca a te, ora,
a te tocca la lavatura di queste croste
delle cortecce vive.
C’è splendore
in ogni cosa. Io l’ho visto.
Io ora lo vedo di più.
 
C’è splendore. Non avere paura.
Ciao faccia bella,
gioia più grande.
L’amore è il tuo destino.
Sempre. Nient’altro.

Nient’altro. Nient’altro.

Mariangela Gualtieri, “Bambina mia”






ABOUT AUTORE

Fra Alberto Maria Osenga

Fr. Alberto Maria Osenga (Ivrea, 1984) è un monaco benedettino del monastero della “SS.Trinità” a Dumenza (VA). Ha tradotto e curato vari libri per la casa editrice Monasterium tra cui una trilogia sul monachesimo missionario nel mondo anglosassone, germanico e scandinavo e alcuni testi sulla spiritualità celtica.





Utilizzando il sito web, accetti il nostro uso dei cookie, per una tua migliore esperienza di navigazione. Maggiori informazioni Ok