… IN EVOLUZIONE

Un tempo le figure importanti nella società per il bambino e la bambina erano la famiglia e la scuola. Un tacito accordo tra le due parti transitava i valori dall'una all'altra, un continuum[1] sosteneva la persona nel suo crescere, a volte forse un po' troppo indirizzata.

A un tratto è spirato il vento del ‘68, vento forte, esigente, direi a volte violento, che ha tolto alla famiglia il ruolo di custode dei valori su cui la società si reggeva, e alla scuola la veste di potere per la gestione del sapere ad essa funzionale.

Da qualche tempo era in gestazione una nuova idea di persona che ora nasceva, e su cui famiglia e scuola dovevano convenire.

Non era più scontata la condivisione dei valori, era necessario che le due realtà educative trovassero uno spazio comune in cui dialogare di quel figlio o figlia che era pure un alunno e alunna.

Sono stati anni di grandi collaborazioni: i genitori entravano in punta di piedi, disponibili a mettersi in gioco, e pure gli insegnanti godevano della collaborazione, alla ricerca di un modo nuovo di fare scuola. Nuovo perché s’inventava sul campo, non era predefinito da secoli o da regole esterne, magari per decreto legge.

Ma poi, che cosa è successo?

Come si è giunti al non più reciproco riconoscimento di valore, alla non fiducia, all’attuale spaccatura tra scuola e famiglia?

Che cosa ha generato il bisogno di predominare, o addirittura la sopraffazione?

Quale cuneo, quale forza contraria si è insinuata tanto da mettere due realtà, che sapevano di poter contare l'una sull'altra, in contrapposizione netta?

Chi è il soggetto di tale azione dirompente? La famiglia? La scuola? O…..?!?

Sì, credo che la risposta vada cercata altrove.

Certo, il ‘68 ha buttato giù regole e norme di secoli, e ha proposto valori che s’ispiravano ai diritti della persona, ma il tempo che è seguito non ha permesso ai semi nuovi di radicarsi, e in breve la mancanza di acqua, cioè del pensiero che si fa condivisione, e di sole, cioè il confronto accogliente, dialogico, ha fatto sì che il seme, esaurito l’humus che portava in sé, cioè il grande entusiasmo, si sia disidratato.

Come ogni rivoluzione, e pure questa ha avuto le sue vittime, non ha sostenuto le motivazioni che l’hanno generata, e che ai nostri giorni, con modalità diverse, bussano nuovamente alla porta, perché ancora convivono un revival della passata idea di persona e un sentire diverso frutto di un’evoluzione.

E, come torna la primavera, così si avverte in questi tempi un nuovo ‘68, un movimento di pensiero frutto di una coscienza forse più matura, che se da una parte ha i volti delle masse insofferenti che cercano spesso i cambiamenti repentini dall'esterno, quasi dei colpi di spugna, dall'altra ha il volto di chi con pazienza e costanza impegna energie nel cercare nuove possibilità nel campo educativo, sia in famiglia, sia nella scuola. E, ancora una volta, le due realtà si “ritrovano” insieme.

È il travaglio di una società-creatura nuova che stiamo vivendo, interconnesso con quello della nostra vita di persona o della vita del pianeta e del cosmo. Sono i dolori del parto, della generazione di una creatura non ancora compiuta[2] .

È una realtà dai tratti sconosciuti anche a noi adulti e che per questo ci può sconvolgere, turbare profondamente, farci sentire in equilibrio instabile, privi di certezze! 

Certo è che non possiamo restare attaccati a un “si è fatto sempre così”, di cui neppure ricordiamo il senso!

Tradizione non è culto delle ceneri, ma custodia del fuoco” diceva il compositore Gustav Mahler. Non è rispetto della tradizione conservare con nostalgia le “ceneri” di un passato che non esiste più, ma lo è mantenere vivo quel “fuoco” che ha dato energia a quanti prima di noi hanno percorso questa nostra terra. Si tratta di alimentarlo rivisitando la vita e il pensiero di donne e uomini che hanno reso umana la storia del secolo appena passato.

E quali sono le ceneri da buttare oggi? Qual è il fuoco da custodire? 

Credo sia una riflessione che ci coinvolge come adulti, se non vogliamo perdere il treno dell’oggi per restare ancorati all’ieri. Non si tratta di buttare la nostra esperienza di Vita, ma di rileggerla per trarre da essa le perle spendibili per l’impegno che siamo chiamati ad assumerci oggi, in modo flessibile, in un dialogo aperto con il domani che è già qui, che ci chiederà di compiere scelte utili alla persona che noi e gli altri saremo domani, ma di cui non conosciamo ancora il volto! Tutto ciò chiede disponibilità a vivere il rischio, a non rimanere ancorati al già vissuto, al rassicurante ovvio!  

Significativa la metafora del sogno che un’amica ci racconta:

«Su un’isola risalivo una montagna che diventava brulla, i segni della presenza umana scomparivano. Più saliva, più lo sguardo si perdeva nella bellezza della natura sottostante, di alcuni resti di un’età andata e in un tramonto infuocato.

Avevo perso la mappa, ma ricordavo che il sentiero portava a un villaggio da cui prendere il treno per tornare al punto di partenza.

Da lastricato e segnato, il sentiero diventava via, via, sempre meno visibile, fino a restare appena abbozzato. Dopo tanto camminare sentivo freddo: il sole tramontava e un telefono sarebbe stato utile.

Rimanevano due possibilità: tornare indietro, rischiando di perdermi e farmi male sulla strada al buio, o avanzare con fiducia sul sentiero accennato. Rischiavo comunque di perdermi, ma almeno potevo sfruttare l'ultimo sole per raggiungere la meta.

La stanchezza e la paura a lasciare la sicurezza della strada già percorsa cominciavano a farsi sentire, ma quando la speranza veniva meno, ecco le prime case del villaggio.

E subito la felicità: per il traguardo, per tutto quello che avevo visto nel cammino, per essermi fidata di quel sentiero che già nel cuore sapevo mi avrebbe condotto lì».

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[1] Continuo: riferimento a tutto ciò che non presenta interruzione della continuità
[2] Vito Mancuso – La via della bellezza, ed. Garzanti





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