QualBuonTempo

05 Gen 2021


“RESTO DOVE MI AVETE MESSO!”

È tremenda questa espressione! Pare quasi una sentenza che taglia, che divide, che separa: da una parte un io e dall’altra un noi. Sentirla mi fa pensare a catalogazione ed esclusione.

Catalogazione secondo cliché generati da paure, timori, secondo il bisogno di collocare una persona perché non ci scomodi col suo essere e il suo esserci.

Esclusione da relazioni, magari fondanti una vita, dovute o desiderate, occasionali o cercate.

È una frase frusta, sferza, cinghia, scudiscio, verga, che mi fa venire in mente gli adulti di un tempo.

Quei padri che si toglievano la cinghia, la cintura che reggeva i pantaloni, per colpire le terga del figlio o della figlia colpevole di aver trasgredito una regola, magari assurda, o di aver compiuto un'azione che manifestava un pensiero divergente.

Quelle madri, anche della mia infanzia, che prendevano un ramo dalla siepe di bosso per farne una visca, uno scudiscio, da usare sulle gambe di figli impertinenti, disobbedienti, che non hanno lasciato il gioco al primo richiamo, o di figlie che hanno osato sostare con chi ha fatto palpitare il loro giovane cuore.

E vedo ancora i maestri e le maestre, anche del mio tempo, con in mano una verga, una bacchetta lunga e sottile, di legno, ma a volte di ferro, pronti a colpire gli "asini di turno", colpevoli dell'ignoranza che le origini consegnavano loro, o dell'irrequietezza che una certa didattica considerava (?!?)"disturbo alla classe".

A tutto questo faceva seguito l'esclusione dalla cena serale o dalla classe, un rafforzativo per "imparare la lezione".

Tutto questo perché "bisogna che impari a stare al tuo posto", una posizione di subordinazione, un ruolo da altri definito, che a volte non ci è così chiaro e per questo si lascia, o ci va stretto e perciò si ha bisogno di superare il limite che c’impone.

A volte non basta una vita per rompere i confini, restiamo impotenti a vedere costruire un muro attorno a noi, "lasciamo fare", magari siamo noi stessi a passare un mattone alla volta per co-costruire quelli che diventano muri-abito, alti, che ci tolgono l'aria e la luce per la vita.

Qualcuno li sorpassa o li rompe, e se ne va, libero e libera da un peso, scuotendo la polvere per non portare tracce di un passato che ha subito. Per altri è un cammino lento, di distanziamento che diviene differenziazione, di brecce che aprono al diverso da prima, di ricerca di un altro modo di essere e di stare in relazione tra le persone e le età.

Non è un cammino facile, per niente!

A volte si rischia l'incomprensione di chi si lascia e di chi s'incontra, ma è scelta per la vita, e pertanto si trovano le energie per compierla e mantenerla, anche se a denti stretti. Spesso comporta solitudine, se non per gli occasionali compagni di viaggio che sostano con te o con te fanno alcuni tratti di strada.

Più che strada, è un sentiero quello che si apre continuamente davanti, appena accennato, sempre da scoprire, di cui s'intravede e s'ipotizza la meta, che è pero, sempre, più in là di dove crediamo.

I punti di arrivo, in realtà, sono soste in cui rinfrancarsi, recuperare energia per riprendere con un passo a volte più veloce, quando le batterie della fiducia e del buon umore sono al massimo dell'energia pura, a volte più lento, quando siamo messi alla prova, nella costanza del desiderio di procedere, dagli ostacoli che mai mancano. A volte sembra che fermarsi sia tornare indietro, rinunciare, ed è lì che subentra la tentazione di scoraggiarsi, soprattutto se ci si guarda con occhi che giudicano e prestiamo orecchio ad una voce che con le sue sentenze viene dal passato, e si perde la fiducia in noi stessi.

È allora che bisogna fermarsi, schermarsi, richiamare, ascoltare, cercare!

Fermarsi, perché non si può sempre procedere. La sosta ci fa vedere le bellezze attorno a noi e serve per ristorarci e… ripartire con nuova energia.

Schermarsi da ciò che vorrebbe riportarci a prima, dentro le alte mura, che se ci custodivano, pure ci opprimevano, dalla voce che ci sussurra: "Torna al tuo posto, da solo non ce la fai! ".

Richiamare tutti i passi fatti, le intuizioni, le comprensioni, le energie ricevute e quelle date.

Ascoltare le conferme che sì, si è sulla strada, e, a piccoli passi e a soste, comunque si va!

Cercare i compagni che ci danno… e non ci tolgono! O perlomeno cogliere le occasioni di compagnia che ci danno possibilità di spartire il pane della speranza, anche quella briciola che ciascuno porta all’incontro!

È un augurio a tutti noi che faccio in questo inizio d’anno, a cui aggiungo le parole di Carolina Vitagliano.

Resta viva.
Non accontentarti.
Porta i tuoi occhi a fare una passeggiata,
appena puoi.
Non rinunciare ai tramonti, alle stelle,
alla natura, alla speranza.
Accetta la sofferenza.
Accetta la felicità.
Accetta la forza che a volte ti pervade.
Non lasciarti schiacciare da quello che è stato,
da quello che non hai.
Non farti portar via la gentilezza,
la curiosità, la fantasia.
Continua a saltare nelle pozzanghere, se ti va.
Cambia pettinatura, cambia pelle.
Cambia modo di vestirti e di truccarti,
cambia abitudini, amicizie, luoghi e sogni.
Cambia spesso,
ma lotta fino alla fine per non perderti.
Abbi cura di te,
abbi cura del mondo in cui vivi,
abbi cura del modo in cui guardi gli altri…
Non sparire.
Resta, goditi lo spettacolo.
Resta coraggiosa.
Resta dolce.
Testa alta,
cuore in mano.





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