A PORTE APERTE

Sembra un gioco di parole, ma ci introduce ad accogliere, una delle parole da riscoprire nel nostro oggi. 

Deriva dal latino accollĭgĕre, cogliere, raccogliere, ma nel suo significato immediato trovo anche “ricevere”, che esprime dono. Qui in particolare sottolinea “il ricevere nella propria casa”,l’ammettere nel proprio gruppo, temporaneamente o stabilmente”. Soprattutto fa riferimento “al modo, al sentimento, alle manifestazioni con cui si riceve”.

Immanuel Kant lo esprime bene quando afferma che “Ospitalità significa il diritto di uno straniero, che arriva sul territorio altrui, di non essere trattato ostilmente”.

È un’avventura l’accogliere, perché nell’incontro con l’altro viviamo in contemporanea l’estraneità (l’essere estraneo, non familiare) e il suo contrario (la familiarità, la somiglianza direi)!

Un’estraneità che è diversità, che è originalità, che con pazienza si rivela pure complementarietà, e una somiglianza che è riconoscimento di una stessa radice umana, di un medesimo bisogno, di un uguale desiderio.

Accogliere diviene un esercizio in cui nell’altro accolgo anche me stessa, perché in lui o lei mi specchio, e da essi sono pure svelata. L’altro e l’altra diventano così la mia possibilità di conoscermi, e di realizzarmi.

«È negli altri che la terra diventa calda, amabile, benigna. Gli altri sono pertanto la dimora originaria, e non una mera necessità esteriore; sono lo stesso nostro ancoraggio nell’esistenza, il rapporto con ciò che è già preparato per noi nel mondo, ciò che ci accoglie e che dobbiamo già preventivamente trovarvi per poter vivere e per poter compiere tutti gli altri movimenti della vita» scrive Jan Patocka, filosofo di Praga.

L’atto dell’accogliere ha un suo gesto significativo nelle braccia spalancate dove è il nostro cuore che si espone all’altro: la madre o il padre verso il figlio e la figlia bambino, o quando, ormai cresciuti, tornano reduci da un’esperienza che li ha segnati; ma è pure l’amico che ritrova l’amico lontano da tempo, l’amore tradito che si ricongiunge.

E tutto accade nella gratuità perché “Se un fratello sta davanti alla porta e bussa, uno lo accoglie a braccia aperte, senza chiedere quanto gli verrà a costare” afferma Ernest Jùnger.

Nelle braccia che si aprono Andrea Gallo vede muri che cadono, e ponti che vengono costruiti [1]

«È meraviglioso poter allargare le braccia, perché quando allargate le braccia e accogliete qualcosa, avete davanti a voi una porta di specchio. Il solo specchio in cui potete vedere voi stessi e che vi aiuti a progredire. Ed è l’unico modo che abbiamo di vedere noi stessi e di progredire scrive Leo Buscaglia.

Tendere le braccia all’altro, all’altra, muove infatti ad una dinamicità, ad un’azione che non sempre può essere programmata a priori. Accogliere la sfida che l’altro è apre ad una sollecitazione, magari imprevista; c’introduce in una sfida con noi stessi, che porta a conoscerci, ad osare laddove mai pensavamo di andare, a compiere passi che non avremmo compiuto, se per un momento ci fossimo fermati a pensare. Le sfide ci pongono domande, ci permettono di riconoscere ciò che siamo, le nostre potenzialità, attivano energia nuova.

“Raccogliere la sfida dell’incontro,
con sé o con l’altro/a,
è provare l’ebbrezza
dell’andare a cavallo,
del serfare cavalcando l'onda,

del volare con il parapendio”.

Chiaramente questo comporta anche il rivedere le scelte compiute in campo sociale che hanno ridotto anche la nostra terra d’Italia a campo di battaglia tra ricchi e poveri; tra dotti e analfabeti; tra chi ha un pensiero e chi ne ha un altro; tra chi ha un lavoro e chi ne è escluso; tra chi spende e spande e quanti vivono alla giornata; tra chi è vita preziosa, secondo la logica del potere economico, e chi è vita da buttare!

Tra le voci che negano la vita, la relazione tra i popoli è la sfida a ritrovarsi sul piano del bene comune. Ci sono scelte che premono, che bussano alla porta della nostra casa comune che è la Terra. Nella prossimità immediata è coinvolta la società in cui viviamo, con uno sguardo che mentre cura il particolare resta aperto comunque alla mondialità. Prossimità è parola dai confini illimitati

Una sfida di fondo è quella di accogliere il nuovo che ci visita come possibilità di ritornare ad una normalità rivisitata, non più quella di prima, rimotivata, direi. Ci aiuterà a ricostruire non certo sulle ceneri di un “si è fatto sempre così” o del “non mi riguarda”, ma sul fuoco vivo che ha alimentato le vite di uomini e donne che ci hanno preceduto.

Auguro a me e a voi di raccogliere la sfida dell’accoglienza, di divenire costruttori di ponti, che forse non finiranno sui libri delle storie, ma che, nella relazione, faranno la storia di molti.

---------------------------------
[1] Citazione da interviste





ABOUT AUTORE









Utilizzando il sito web, accetti il nostro uso dei cookie, per una tua migliore esperienza di navigazione. Maggiori informazioni Ok