QualBuonTempo

17 Apr 2020


AZIONI IN TEMPO DI SOSTA... COMUNICARE

Fermarsi per... comunicare

“Volevo scriverti da tanto
Ma poi ste’ cose non le fai
E dirtelo da troppo tempo
Così che non l'ho fatto mai…

Volevo dirti che io
Avrò bisogno di te
Adesso che a modo mio
Ho fatto pace con me…”

 Volevo scriverti da tanto, rubo il titolo di una canzone per dire che da tempo ho riscoperto il piacere dello scrivere lettere, occasione per pensare, per selezionare, per fissare, per fare chiarezza nel pensiero, chiedendomi chi è la persona a cui voglio dire “ti penso”, a cui scrivo, come suggerisce il poeta turco Nazim Hikmet, perché “quello che vorrei dirti di più bello non te l’ho ancora detto!”.

Possibilità di un ascolto muto di me e dell'altro o dell'altra, occasione per una relazione senza veli, tempo sospeso tra il pensare e lo scrivere, lo spedire e il ricevere la risposta. Tempo di attesa che emerga in noi ciò che vogliamo dire e di accoglienza del pensiero dell'altro o dell'altra che ci raggiunge.

Il ritmo rallentato che ci suggeriscono questi giorni sospesi tra un prima e un dopo dai contorni che emergono a poco a poco, ci offre la possibilità di riscoprire la scrittura come forma di comunicazione.

Sì, continuavo a scrivere, ma erano messaggi, sms, brevi e veloci, per dire urgenze. Nell'attesa di risposta fremevo, mi dovevo adeguare perché il mio desiderio di risposta non incontrava la medesima urgenza nel destinatario: telefono spento o scarico, poca pratica con gli sms, controlli occasionali… Con le e-mail funzionava un po' meglio, anche se con qualcuno i tempi della risposta si dilatano così tanto da perdere l'intensità della comunicazione.

Carta e penna e... calamaio, si sarebbe detto un tempo, restano ancora ricchi di fascino e di possibilità. Strumenti fisici che ben si adeguano al nostro corpo, sono prolungamento della nostra mano attraverso cui il pensiero passa per adagiarsi sul foglio.

Un frammento di pensiero prende forma, si riveste di lettera, di parola, di virgola, di trattino, di punto e virgola, di punto esclamativo, di punto di domanda, di virgolette, di punto.

Lettere mute com’è muto il pensare, come sono gli occhi di chi le scruta; che acquistano le sonorità di chi le legge a voce alta: richiamate all'esistenza si alzano dal foglio, e riempiono lo spazio con la diversa sonorità.

Lettere legate l'una all'altra che compongono parole da percorre, da leggere oltre i segni e i suoni per capire significati a volte nascosti.

Virgole che creano sospensioni; trattini che dividono, separano pensiero da pensiero; punti e virgola che sottolineano, che offrono posto a ogni cosa; punti esclamativi che dicono stupore, meraviglia; punti di domanda che manifestano perplessità, dubbio, difficoltà a capire, attesa di risposta; virgolette che evidenziano, che portano in primo piano; punti che fissano, che mettono fine.

Tutti importanti, ciascuno per il loro compito!

È una grande avventura la scrittura, una bella possibilità da riscoprire.

Qualcuno dirà: “Non ne sono capace... non è un dono che ho!”. Ma non sarà forse questione di esercizio: leggere, sottolineare, annotare i pensieri che emergono, collegarli con la nostra esperienza generando altri pensieri? Si nasce scrittori o lo si diventa? Può esserci un piccolo seme deposto in noi e va coltivato, ma possiamo pure accoglierlo e averne cura, ciascuno nella forma e con lo strumento che più si adegua al proprio pensiero!

L’esperienza di Laura Malavasi con il suo papà, in questi giorni in cui il mantenere le distanze e il comunicare sono cura vitale dell’altro, ci parla della personalizzazione degli strumenti per renderli possibili.

“Mio padre è del 1937, non è per nulla tecnologico. Anche anni fa, quando probabilmente si poteva alfabetizzare un po' di più, ha sempre posto resistenza.
Mio padre.. vive per conto suo. Ci sentiamo diverse volte al giorno, gli facciamo avere ciò che è necessario, ma non ci frequentiamo dall'inizio di questa vicenda, circa dal 21 febbraio”.

E Laura recupera con lui qualcosa della sua infanzia, un rapporto semplice:

“Ho iniziato a scrivergli, gli mando bigliettini, foto di noi, del giardino, piccoli aneddoti e letterine con cuoricini, come se io avessi sette anni e lui quaranta. Le infilo nella buca delle lettere e lui ogni tanto trova un pensiero…
Ci sentiamo al telefono più volte al giorno, ma non riuscendo a giocare con una videochiamata ho recuperato la scrittura.

Sorridendo tra me e me, penso che se questa cosa dovesse andare ancora per le lunghe, addirittura potrei riesumare cornicette e Roselline, chi ha la mia età sa a cosa mi riferisco”.

C’è però qualcosa che va oltre: nella loro comunicazione emerge la coscienza di un senso più profondo.

Scrivo a mio padre… per un valore affettivo, perché nel momento in cui lo faccio sospendo tempo e spazio... Scrivo perché forse riesco a dirgli cose non sempre facilmente dicibili a voce, e perché penso sia il canale più familiare e vicino a lui, che continua a scrivere la lista della spesa con una grafia da imperatore.
Lui sì che deve aver fatto studio di calligrafia.
Scrivo, perché nella scrittura a mano penso ci sia il calore della relazione e il valore del tempo necessario.
Per me è così”.

E pure per me!

Scrivere è anche l’attività che Roberto Lovattini propone a bambini/ e ragazzi/e che il corona virus tiene lontani dalla scuola, luogo di forte relazione. È importante, afferma, aiutarli a dire “che cosa pensano del virus, che cosa desiderano e cosa hanno riscoperto”, lasciando “che lo raccontino liberamente”.

Nella pedagogia delle scuole attive”- continua Lovattini -lo scrivere non è mai una cosa meramente tecnica, ma tutto parte dalla consapevolezza che si scrive per esprimere qualcosa, comunicare un contenuto a qualcuno. Quindi risulta fondamentale avere la possibilità di esprimere il proprio vissuto (reale, immaginato, percepito, ecc.)”.

“Scrivere di sé ai tempi del coronavirus è proposta anche per gli adulti da parte di scuole e biblioteche. Osiamo!






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