AZIONI IN TEMPO DI SOSTA... CURARE

Fermarsi… per curare

L’incertezza di questo tempo ci fa prendere contatto con la nostra fragilità e avvertiamo forte il bisogno di “padri e madri”, di braccia che ci contengano, di uno sguardo che dica che tutto va bene, anche quando non è così, anzi, soprattutto quando non è proprio così.

Che siano le braccia di nostro padre e nostra madre, dei nostri nonni, degli amici, degli innamorati, dei figli, degli alunni, tutti abbiamo sperimentato e sperimentiamo che è il posto più bello in cui siano mai stati e che “nessuno è troppo grande per un abbraccio…” (Leo Buscaglia).

Alessandro D’Avenia afferma che “ci vogliono quattro abbracci al giorno per sopravvivere, otto per vivere e dodici per crescere!”, infatti, non ne abbiamo mai a sufficienza, nemmeno quando la nostra vita è avanzata negli anni, perché, come dice Alda Merini, “ci si abbraccia per sentirsi interi”.

Lo sperimentiamo in questi giorni d’isolamento, di lontananza, non ci bastano le parole, emerge proprio la nostra corporeità, la necessità di contato corporeo e visivo.

Forse del primo ne risentono meno quanti vivono in famiglia, di più chi è solo/a, ma tutti/e la sperimentiamo, ed è un bisogno di cura nello spaesamento che risuona dentro di noi!

Cura che è avvertire le necessità, mie e dell'altro; è cercare insieme soluzioni che non possono essere uguali, ripetitive, perché le persone sono diverse; è attenzione alla stessa persona diversa nelle epoche della sua vita. 

Nell’isola in cui questo tempo ci obbliga, mentre si evidenzia una solitudine a lungo vissuta, a tutti noi mancano gli sguardi che fanno esistere e gli abbracci che sostengono, che ci dicono amati, desiderati, preziosi!

Con sofferenza penso alle persone negli ospedali, ma anche nei paesi di guerra, nelle vie violentate delle città di questo nostro mondo, a bambini che congelano e papà impotentemente arresi, ad anziani che si congedano dalla vita in solitudine, senza un abbraccio, una carezza, senza uno sguardo familiare!

“Sacerdoti” della Vita e dell’Amore sono gli operatori sanitari, i soli cui è permesso di essere per loro ultimo sguardo di tenerezza che rimanda a tutto l'amore ricevuto e pure a tutto quello invano cercato.

“Servi” della Solidarietà sono quanti, con diversa funzione (volontari, commercianti, aziende…), offrono, a noi tutti, un servizio perché possiamo vivere una normale quotidianità nella straordinarietà.

Se c’è una lezione che possiamo apprendere in quest’esperienza, non l'unica, ma senz'altro la più importante, è che nell'avere cura sta il vero senso di quelle parole che antichi ebrei hanno messo sulla bocca del Creatore, quando affidò reciprocamente l'uomo e la donna, e a entrambi il mondo delle sue creature cui dare un nome perché riconosciute nella loro molteplicità.

Avere cura è custodia, perché è nella relazione rispettosa delle differenze che cresce il benessere di ciascuno e di tutti; è riconoscere la preziosità di ogni esistenza, perché “che tu ci sia o non ci sia fa la differenza” anche nella mia vita, oltre che in quella del cosmo.

E in questa vita rallentata comincio con l’avere cura di me stesso, a trattarmi con gentilezza, gratitudine, comprensione, proprio per imparare il valore di ciascuno di noi e supplire al bisogno di sguardi e carezze ai cui tutti tendiamo.

Non esistono il prima, l’adesso e il dopo, tutto converge nel qui e ora.
 
È “questo” il momento opportuno di avere cura… dello spirito naturale dei cuccioli d’uomo, che si aprono alla vita con stupore e creatività; della speranza che è nei giovani, il motore che li fa protagonisti del domani già qui e ora; del “sapere” degli anziani, frutto di una vita vissuta e perle di saggezza per il nostro oggi; di quella lei e di quel lui che la vita mi ha messo accanto, come compagno/a o amico/a, e che forse non riconosco perché nel tempo abbiamo imboccato sentieri diversi; di chi mi sta accanto nel lavoro, e che forse non ho mai “incontrato” perché barricati dietro le nostre attese e le nostre paure; di chi servo, ponendo attenzione ai suoi bisogni e leggendo negli sguardi e nei silenzi quelli inespressi.
 
“Siamo angeli con un’ala soltanto,
e possiamo volare solo restando abbracciati”.
 
Così ci descrive Pablo Neruda, ed è nella cura dell’altro che trova senso anche la cura di me:
  • del mio corpo, affascinante e misterioso strumento di relazione;
  • del mio spirito, quella parte di me che conserva l’energia della Vita, dell'Esistenza, di Dio;
  • del mio pensiero, che mi fa volare oltre gli ostacoli, e che dall'alto e dal profondo mi offre panorami limpidi sulla realtà;
  • della mia psiche, quel mondo sconosciuto in cui risuonano le emozioni forti, che a volte arrestano il mio passo e altre lo spingono a osare.

Sono gli ammalati, lo è il nostro mondo, siamo tutti noi, bisognosi di cura, e la consapevolezza di esserlo è una condizione fondamentale anche per il “dopo” tanto atteso!

"Nascere non basta.
È per rinascere che siamo nati.
Ogni giorno".
(Pablo Neruda)
 
Facciamolo insieme, prendiamoci cura l’uno dell’altro, e quando sarà finita… teniamoci ancora per mano!





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