AZIONI IN TEMPO DI SOSTA... PANIFICARE

Fermarsi…per panificare

Isolati abbiamo dedicato molto tempo anche alla preparazione di cibi capaci di darci energia, accattivanti per i sapori, i colori e i profumi.

Le nostre mani hanno scelto, dosato, soppesato, impastato, confezionato pani e dolci per le nostre mense, il cui profumo ha pervaso le nostre case e, attraverso le finestre aperte all’aria primaverile, si è congiunto con quelli che provenivano dalle case dei vicini.

Le nostre case sono diventate forno di panificazione di un pane fresco, croccante, che ci sostiene nel tempo in cui la paura e l'ansia ci tolgono l'appetito.

,Così lo è la Vita, luogo di panificazione, dove la nostra persona viene impastata e rimpastata dagli eventi, dai pensieri che ci raggiungono e si amalgamano con quelli che emergono in noi.

Come il pane che esce dal forno sempre diverso nel suo aspetto, nella sua consistenza, nella sua sostanza, mi chiedo come sarà la mia persona, quella che uscirà dall'esperienza del forno-Vita di questi settanta giorni.

Sarà come ci siamo lasciate il 23 di febbraio? Oppure sarà impastata della rabbia verso il nemico invisibile e i suoi aiutanti più o meno occulti? O sarà quella macinata nella lentezza e nel silenzio, dove mi è stato dato di cogliere perle che prima non vedevo, e che, come un’Araba Fenice, mi consente di risorgere nuova dalle ceneri di un mondo crollato per un’invisibile punta di spillo? 

E quale pane-persona offrirò alle mie relazioni quando uscirò? 

Dipenderà da quale persona mi ha accompagnato in questi giorni d’isolamento, e molto dal tipo di farina che porto con me e dal lievito con cui mi lascerò impastare!

Sarà la farina della memoria nostalgica del tempo che è stato, di quello che ritengo mi sia stato sottratto, o quella che ha riattivato in me la capacità di scelte, di atteggiamenti e di assunzione di un ruolo per far fronte all’emergenza?

Chi usa il lievito madre sa che nasce da una farina di qualità, la stessa che deve essere usata per i successivi “rinfreschi”, per mantenerlo “vivo”. Se è rancida… è la fine!

Nel “forno nascosto della nostra quotidianità”, silenziosamente, la Vita ci ha offerto occasione per essere pane nuovo.

Quale farina portiamo in noi per confezionare il pane che vogliamo essere?

La farina del prima, dei giorni precedenti la sospensione di ogni azione quotidiana extrafamiliare, quale germe conteneva? Quello che faceva di noi una persona interessata e impegnata o quello che ci vedeva spettatrice sulla scena della vita familiare e sociale? Capace di speranza o immersa in uno sguardo negativo sul tutto? 

Come ogni buon fornaio passa al “tamiso”[1] la farina per togliere tutte le impurità, quale setaccio uso per togliere “le farfalle” che possono spegnere in me il germe vitale della Pasta Madre? Che cosa la riconsegna come farina per quest’ora?

Userò il setaccio della critica sterile o quello di una ricerca di senso e collaborazione? Quello che mi ha chiusa in me stessa guardando agli altri come una minaccia o quello che ci svela l’uno all’altro come possibilità di uscirne insieme e ricostruire?

Dalla farina che useremo, dipenderà se il pane offerto sarà croccante o sarà stantio, con un certo odore di muffa.

L’essere setacciata permette alla farina di mantenere fresco il suo germe vitale, ed è l’esperienza che ancora viviamo in questo tempo, quella dell’essere purificati, privati cioè di ciò che inquina la nostra vita, l’essere rifatti nuovi.

Ecco, il pane che offriremo avrà le caratteristiche che noi sceglieremo, e le nostre relazioni saranno diverse solo se noi saremo una farina con tutta la sua potenza vitale.

E offriremo un pane vivo, per una vita possibile per tutti, solo se conterrà la carica energetica del Lievito Madre, non di uno dei tanti sostitutivi artificiali.

In questa “nostro essere panificati” farà da guida il tipo di lievito-pensiero cui diamo spazio, che abita in noi, che alimenta la nostra vita, e non sono secondarie le fonti che lo generano, perché ne saremo intrisi.

Credo che in questo momento il mondo non abbia bisogno di critiche, di processi, non è tempo da sprecare alla ricerca di più o meno noti responsabili. C’è piuttosto urgenza di ammettere errori, riconoscere lacune, evidenziare urgenze, definire priorità, per compiere scelte che aprano a possibilità.

Siamo, con facilità, trascinati a criticare chi fa, a volte anche con ragione, ma se la critica non porta a un oltre, a una proposta costruttiva che sia incoraggiamento a cambiare, a fare e operare nella giusta direzione… resta sterile.

Non è l’aggredire che ci cambia, ma il riconoscerci sulla stessa barca, impegnati a solcare un mare agitato dai cavalloni delle bufere, con il medesimo desiderio di Vita, per sé e per i propri cari, e “giusta sarà la scelta che riconosce diritto di esistenza parimenti al bene del noi come a quello del loro”.

Abbiamo scoperto il filo rosso che lega l’umanità di ogni latitudine, e non dimentichiamo la responsabilità reciproca, poiché nella creazione siamo stati affidati l’uno all'altro, e non solo come coppia umana, ma anche l'uno all'altro come umanità.

È tempo non più di un pane personalistico, ma di un pane che crei comunità, e reti di comunità, perché, se lo siamo umanamente, lo dobbiamo essere pure socialmente, pena l’estinzione, e questo sta a noi.

Condivido con d. Gigi Verdi di Romena l’augurio a “prendere sul serio ogni gesto che compiamo, il modo con cui versiamo da bere, con cui cominciamo la giornata, con quale pensiero la cominciamo, perché se non siamo al centro di noi stessi, nessuno ci raggiungerà e non saremo mai luogo per nessuno”.

Rumi, un sufi musulmano, scrive:

“Ben oltre le idee di giusto e di sbagliato

c'è un campo.

Ti aspetterò là”.

Concediamoci a quest’appuntamento… e saremo pane fresco per l’oggi!

---

[1] Il setaccio di rete di ferro con il cerchio di legno






ABOUT AUTORE





Utilizzando il sito web, accetti il nostro uso dei cookie, per una tua migliore esperienza di navigazione. Maggiori informazioni Ok