AZIONI IN TEMPO DI SOSTA... RACCONTARE

Fermarsi… per raccontare
“La solitudine è ascoltare il vento
e non poterlo raccontare a nessuno” [1].
 
Sì, raccontare è esperienza che avvertiamo nell’isolamento che c’è imposto da un essere subdolo. Nella solitudine che ci avvolge, frutto dell’impotenza che genera in noi, avvertiamo il bisogno di un orecchio che si tenda all’ascolto, e di un cuore dove posare i nostri pensieri a volte offuscati.

Le lettere che pubblicherò evidenziano tali necessità, e pure il desiderio di condividere le intuizioni profonde che dal nostro cuore emergono. Proviamoci!

Grazie a chi le ha rese disponibili.

Carissima…,

La sveglia biologica è suonata oggi alle 3:30, e come ben sai non è facile riprendere il sonno. Ripasso la memoria “stracolma” del telefono per l'ennesima volta, alla ricerca di cosa buttare, e colgo tanti spunti per pensare, per scrivere.

Uno in particolare mi porta a te, per continuare quel dialogo tra spiriti che ci rende sorelle.

A proposito, prima che me lo scordi, anche oggi ti ricordo che ti voglio bene, che sei preziosa per me!

È Frere Roger di Taizè che mi suggerisce la riflessione con te stamattina:

"Se fosse possibile scrutare in profondità un cuore umano,

percepiremo con sorpresa

che in ognuno riposa l'attesa di una presenza,

il silenzioso desiderio di una comunione".

Mi fa pensare a quanto tempo, energie, pensieri, patimenti, e pure quanta ricerca e creatività noi, tu ed io, mettiamo nello stare accanto, a disposizione di chi incontriamo e amiamo. Una disponibilità con limiti sfumati, sempre superabili e sempre superati, che ci fa essere irrequiete, preoccupate, costantemente esposte alle emozioni.

Gli avvenimenti che stiamo vivendo, e, non solo l'età, fanno segnare il passo del nostro fare, ci fanno trovare altri modi nel nostro essere accanto. La novità in tutto questo, che forse dobbiamo cogliere e considerare, è che ci mettono alla porta qualcuno che forse da qualche tempo non vediamo, che fatichiamo a riconoscere tanto è cambiato il suo aspetto dall'ultima volta. I suoi colori sono mutati, sbiaditi, qualche ruga in più segna il volto e le mani, gli occhi mostrano tracce di ferite che spesso bloccano il sorriso, la voce fa emergere emozioni spesso trattenute, il cuore manifesta un affanno, chiede “sosta".

Tra le mani di quella persona c’è un dono per noi, sì: è il predicato SOSTARE che c’è dato, che c’è chiesto di coniugare.

STARE: mi richiama il fermarsi, l'essere qui o là, ma non in contemporanea, perché sarebbe dispersione (è la stabilitas che suggerisce S. Benedetto, che si riferisce ai piedi, come al cuore). Stare chiede di essere raccolti in un uno, e non frammentati in 1000 pezzi.

Stare è poi il contrario di andare, di girovagare, di errare, e chiede anche di opporsi alle forze centrifughe, che pur buone, ci tirano via dell’essere in noi (l’habitare secum di Benedetto, l‘uomo recuperato a se stesso).

SO: è tempo presente del verbo sapere, è l’oggi frutto dello ieri, dei tanti ieri vissuti. Non è, però, un sapere statico, ma in continua evoluzione, in una ricerca non affannosa. Direi piuttosto che è frutto di un viaggio, dove c’è dato di essere trovatori[2], diverso dall’essere cercatori di conferme alle proprie tesi; si tratta di un cammino, dove i nostri sensi ci riportano significati, sfumature, cogliendoli dai vari paesaggi che incontriamo, paesaggi che sono sia i luoghi fisici, con le loro meravigliose caratteristiche, sia la varietà delle persone che incontriamo.

Il SO di oggi è il punto di arrivo dello ieri vissuto, ma anche il punto di partenza del domani! In questo, carissima, siamo compagne di viaggio, ora vicine e ora lontane, in una vicinanza che è diversità, in una lontananza che è unita.

Quella che riceviamo oggi è una visita più o meno inaspettata, o forse solo rimandata da tempo. Si tratta non tanto di far entrare la persona che sta alla porta, quanto di uscire noi, dalla vita così come l'abbiamo costruita, per entrare in quella casa - vita che abita il nostro io più profondo, il più vero. Si tratta di accettare di sostare presso di me e in me, e non è forse l'esperienza esistenziale della Samaritana al pozzo?

Esperienze di solitudine? Non direi, perché Antonia ed io siamo già due persone che stanno insieme, e, nell’entrare in me, scopro gli innumerevoli io che in me convivono.

Gli io di ogni tempo della mia vita, cui non ho dato voce, cui ho tolto la parola da qualche tempo, cui non ho permesso di parlarmi di me stessa, che ho smesso di ascoltare da non ricordo più quanto tempo perché m’inquietavano.

SO - STARE diventa allora tempo donato alla mia, alla tua, alla nostra vita.

Egoismo puro in questo tempo in cui tanti hanno bisogno? In cui tanti si muovono per soccorrere?

No, non a caso a me, a te, a noi, è chiesto di stare fuori dal normale giro di azioni, quelle del quotidiano stare insieme. C’è chiesto di SO-STARE per prenderci cura di noi stesse, anche della fatica di cercare altri modi per stare accanto ai nostri cari!

Del resto, anche noi siamo “gente del bisogno”, e ci fa bene riconoscerlo, perché, starci accanto, ci fa “vedere” il nostro bisogno reale, e magari quello degli altri, per prendercene cura.

È una fertilità che c’è donata, per generare la nuova me, la nuova te, i nuovi noi.

Sì, passato questo tempo, e Dio voglia sia breve, tu ed io saremo diverse, e dovremmo nuovamente conoscerci. Beh facciamolo fin d'ora, incontriamoci, ascoltiamoci, seguiamoci, facciamo in modo di non essere ancora “consumatrici del tempo” per quella frenesia che come veste c’era imposta da altri, e non aspettiamo solo che passi, ma viviamolo!

Non siamo egoisti, ma ci stiamo allenando per un rapporto più libero e più vero, perché all'incontro nuovo con l'altro porteremo interamente noi stesse.

Pensare con te mi aiuta sempre. Sei un dono.

La tua “come sorella”, Antonia

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[1] https://aforismi.meglio.it/aforisma.htm?id=1f28

[2] Cfr. Arno Stern






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