DOV'È FINITO LO STUPORE DEI BAMBINI?

De le potenzialità umane

Che strano, in un’epoca in cui i diritti di bambino e bambina vengono proclamati e ad essi ci si riferisce, mi pare che ancora si dichiari nei fatti “la scomparsa dell’infanzia”, come già preannunciava il sociologo americano Neil Postman negli anni ’80 del secolo passato[1]. Ho l'impressione che, come adulti, si metta premura a bambini e bambine di crescere, di conoscere tutta la realtà, o meglio il nostro modo di intendere la realtà.

Abbiamo l’urgenza di toglierli da quella che un tempo veniva chiamata beata incoscienza, di ovviare a quella che riteniamo un’ignoranza.

E se la loro fosse una conoscenza in progress? Perché ci pensa la Vita ad approfondirla, ad ampliarla.

Direi che quella di bambini/e è una conoscenza diversa, esperienziale, evolutiva e filtrata dalle emozioni, mentre la nostra rischia di essere una conoscenza “a consumo” e filtrata puramente dalla logica.

La prima aperta alla sorpresa, a cogliere ogni sollecitazione nuova; la seconda ci fa essere prevenuti per l'esperienza sedimentata. Spesso diamo tutto per scontato, tanto da restare delusi quando poi non accade quanto ci attendiamo. Da bambini non mettiamo in conto le possibili inferenze; diventati adulti, rischiamo di preventivare tutto nei dettagli, togliendo vitalità agli eventi.

Interroghiamoci: “Perché bambini e bambine fin da piccolissimi devono avere le medesime informazioni e conoscenze, e usare gli strumenti di adolescenti ed adulti?”

Appena muovono le dita mettiamo loro in mano un tablet con la scusa che sono “nativi digitali”: ma chi è digitale, la persona o l’ambiente in cui vive? Perché non riconosciamo che ci sono delle tappe evolutive e che bypassarle non produce vera conoscenza, che il padroneggiare uno strumento non è vera ricchezza, ma anzi impoverimento, dipendenza? Più cose so, più posso scegliere; più ho alternative, più di fronte ai problemi riesco a trovare soluzioni diverse, e non vado in panico.

Se la mia è una conoscenza esecutiva e unidirezionale, nel momento in cui il tablet non funziona o perde la memoria, o semplicemente non l'ho sottomano, fatico a pensare ad uno strumento alternativo. E non mi si dica che è il loro futuro, perché così facendo si delega, non si aiuta a compiere scelte significative personali qui e ora, ma li si condanna ad un modo di essere già definito da altri.

Se dove vivo per comunicare velocemente mi può servire un tablet, magari non è funzionale in un luogo dove la corrente non c’è o dove non c’è possibilità di connessione, mentre mi possono servire carta e penna.

Anticipando le informazioni e non lavorando invece sulla formazione, tolgo il “piacere” della scoperta, e ciò è generativo di un malessere molto diffuso: la ricerca di qualcosa che mi faccia vivere sensazioni forti! Leggevo giovedì 17 ottobre 2018: “la polvere gialla colpisce una ragazza di 17 anni, un ragazzo di 14 anni spacciatore”.

Credo che informare precocemente, senza rispettare i tempi del desiderio e dell’urgenza di un’informazione, tolga lo stupore. Non ascoltare le domande e la loro gradualità, ma anticipare le risposte, a volte interpretandole, toglie la possibilità alle domande di sorgere, di essere formulate, di essere proposte. Toglie anche la possibilità di una ricerca personale, di scegliere quali domande porre e a chi porle, e l'informazione diventa priva di quel calore che le è utile nel transitare e anche del significato di cui è portatrice.

Comprendere il valore degli strumenti multimediali, non dipende solo dall’uso che io ne faccio, dipende anche da come mi vengono presentati e proposti, cioè da come sono introdotto alla storia di comunicazione che sta dietro la nascita degli strumenti.

La possibilità di essere stupiti fa sì che io possa effettivamente e pienamente godere di ciò che mi viene dato e che io posso sperimentare. Se le cose mi vengono anticipate o se è scontato che tutto mi verrà dato, perché io so che mi verrà dato; se non c’è un’attesa, se non c'è un desiderare, lo stupore non c'è. O perlomeno è così minimo che un secondo dopo le cose vengono accantonate assieme alle altre. Pensiamo ai regali di San Nicolò, di Babbo Natale, dei compleanni, di cui godiamo poco per il loro sovrapporsi uno sull'altro.

Perché non offriamo la possibilità di tempi vuoti dove si generi il desiderio e sgorghino le domande, in cui maturi lo stupore, tempi di attesa che hanno un temine, una scadenza, certo, ma che ci sono?

Mi chiedo se lo stupore non sia legato anche al sognare, al sogno. Quest’ultimo credo abbia in sé più fasi, e più elementi o dimensioni. La dimensione del pensiero che nasce, che matura il desiderio, che diventa sogno, che genera ipotesi, che rende attenti a quello che accade per trarre i segnali che il sogno è realizzabile, e lo stupore quando poi accade, la meraviglia.

Guardiamo gli occhi dei bambini, quando sono stupiti, sono una meraviglia. Anche la loro bocca è una meraviglia, perché tutto il corpo è investito dallo stupore. I loro occhi, la bocca, il corpo, hanno una tensione particolare, quasi di massima eccitazione.

E mi chiedo se l’esperienza di stupore per le cose che si ricevono, per le scoperte che si fanno, non sia un esercizio, questa sì una vera educazione affettiva sul campo; una pratica per lo stupore che si prova quando ci si innamora, quando si stringe tra le braccia la prima volta un figlio, quando si rivede dopo tanto tempo una persona molto cara. Ecco perché è importante avere cura dello stupore ai bambini, essere i custodi dei loro sogni, perché tutto li aiuta ad essere persone capaci di godere di una relazione profonda con sé, con l’altro e l’altra, con le cose e la natura. Qui nasce anche il rispetto per la Vita!

Non togliamo lo stupore a bambini e bambine, anzi, alimentiamolo prendendoci cura pure del nostro!

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[1] N. Postman, La scomparsa dell’infanzia. Ecologia delle età della vita, Armando ed.






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