E RIDETE, PER FAVORE!

Un papà e una mamma sostano per una piadina con la loro bimba, di circa otto anni. Alla mia richiesta se festeggiano l'inizio della scuola, la bimba ritrae la testa tra le spalle e la appoggia sulle braccia adagiate sul tavolo. Da quella posizione, seminascosta, mi rivolge uno sguardo molto eloquente e che diviene esplicito quando afferma con serietà: “A me non piace la scuola”. Una risposta, che non avevo, sarebbe stata utile per motivarla, ma avrebbe richiesto tempo. A me è rimasta la tristezza che mi ha comunicato!

Mi sono venute in mente, quanto mai attuali, le parole di Gianni Rodari: Nelle nostre scuole, generalmente parlando, si ride troppo poco”.

Qui le propongo come un invito: “Ridete, per favore! Non rendete troppo serioso lo studio, tanto da togliergli l'anima e l'energia che ci permette di alternare la teoria alla pratica”.

“Se non vi divertite, cambiate lavoro – suggerivo alle tirocinanti che incontravo nella scuola – Farete del bene a voi stesse e ai bambini e alle bambine”.

Perché è fondamentale che anche come insegnanti viviamo l’insegnare in modo serio, ma non serioso, che ne cogliamo l'aspetto ludico e creativo. Mi sarei annoiata altrimenti, e avrei lasciato la scuola molto prima, ma dai bambini e dalle bambine ho imparato a cogliere il piacere dello stare e del fare insieme, del poter sbagliare e superare l'errore, dell’iniziare sempre con la curiosità del “chissà cosa accadrà se…”.

Non è la difficoltà dello stare nella situazione che ci deve impegnare, ma il cogliere l'opportunità là dove potremmo vedere limiti e barriere o ostacoli.

Con Mariapia Veladiano, scrittrice ed ex dirigente scolastica, sappiamo che ragazzi e ragazze portano nelle aule il mondo, che entra con loro, che abita in loro. Sono realtà fatte di certezze e d’incertezze, di paura e di voglia di provare, di estraneità e di familiarità, di rifiuto e di accoglienza, di ombre e di luci. Mondi che come insegnanti non possiamo non conoscere, non considerare, pena l'estraneità di quanto proponiamo, e il disinteresse da parte di chi si dispone ad apprendere.

Valutare è dare il giusto valore a ogni storia per collegare ad essa gli apprendimenti. È questione di furbizia, di economia, di energie e di tempo, è forte propellente per la motivazione di ciascuno; è poi scelta di solidarietà, di stare dalla loro parte senza mai giudicarli, contenti di riconoscerli diversi da noi, e disponibili a entrare nella loro storia, non per stravolgerla, ma per rendere possibile un altro passo in avanti.

Verso dove? Non lo sappiamo, poiché, con il poeta Gibran, riconosciamo che “le loro anime abitano la casa del domani che non ci sarà concesso di visitare nemmeno in sogno[1], e che loro conosceranno dopo averla abitata. Ciò che conta è il cammino!

Quando ci avranno lasciato da tempo, volgendosi indietro, vedranno ancora le nostre tracce e, ovunque saremo, avvertiremo la loro riconoscenza.

E noi saremo grati alla vita per ciò che ci ha dato, l’averli incontrati, e per ciò che abbiamo potuto dare, la compagnia per un tratto di strada.

“Ricordi maestra…?!” è una delle domande più belle che un bambino di 5 anni o un adulto di 40 anni ti possono rivolgere. Parla di avventure e di momenti vissuti alla pari, in cui il loro bambino incontra il tuo bambino e si concedono agli scherzi, alle improvvisazioni, ai giochi, che il ruolo di adulto e di maestra a volte non ammette.

Era una primavera agli inizi della mia avventura di maestra e con il gruppo di bambini e bambine attraversavamo un vigneto diretti alle sponde del torrente vicino, una passeggiata che sfidava tutte le norme di sicurezza, sia per il numero, sia per la destinazione. L’aria ci portava i profumi tipici della stagione. Mario, uno stupendo bimbo biondo di cinque anni ad un tratto esclama: “Signorina, che puzza!” - “Ma come, dico io sorridendo, questo è profumo di violette!” - “Che strano, afferma serio Mario, assomiglia tanto all’odore delle mucche di mio nonno!”. Svelato lo scherzo, il ridere insieme ci faceva sentire più “compagni” e si procedeva tenendosi tutti per mano.

E quanto è bello, tutti intorno ad un tavolo, infilare le mani nella farina cotta e giocare a disegnare mostri, a farli comparire e scomparire emettendo parole altrimenti non concesse e suoni impronunciabili? Quale gioco più divertente di lanciare palle impregnate di colore su un lenzuolo steso: una sorpresa e una vera sfida a restare puliti? E che dire degli sguardi luminosi che emergono quando le maestre, improvvisatesi Brighella e Arlecchino, li coinvolgono nella fuga dell’eterno imbroglione dal bastone del pur sempre amico? E che c'è di meglio per inaugurare un ombrellino appena ricevuto in dono che imparare ad aprirlo in fretta per ripararsi col compagno/a dagli spruzzi della maestra?

Ma dove sta scritto che per conoscere bisogna essere seri, irrigiditi, imbachettati? “Per insegnare bisogna emozionare. Molti però pensano ancora che se ti diverti non impari”, sottolineava Maria Montessori.

Total body è l'espressione inglese per dire che tutto il corpo deve partecipare all’apprendimento, e quindi perché non anche il cuore che esprime il piacere col sorriso anche di chi all'inizio è timoroso nel buttarsi?!

Ridere è respiro profondo che dà leggerezza, è libertà di essere!

---

[1] Gibram, "I vostri figli"






ABOUT AUTORE





Utilizzando il sito web, accetti il nostro uso dei cookie, per una tua migliore esperienza di navigazione. Maggiori informazioni Ok