ESISTERE

Per comprendere il significato dei termini in uso, andiamo alla ricerca della loro origine lontana nel tempo, quando i nostri antichi padri traevano ogni parola dalla loro esperienza quotidiana, ed esse significavano veramente un’azione, un movimento.

Le parole, che noi usiamo “oggi”, hanno percorso chilometri con le migrazioni, provengono dal nord e dal sud del mondo, e pure dall’est e dall’ovest: risalendo un ramo dei miei antenati scopro a ritroso il cammino che attraverso la Turchia e l’Ungheria li ha portati dall’India fino a qui!

La lingua Italiana conserva “semi modificati” di latino, di greco, di arabo, di ebraico e delle lingue di miriadi di genti che l’hanno percorsa. Nel tempo si sono trasformate, ne hanno generate di nuove impastandosi, fondendosi.

Ed è alla lingua latina che chiediamo l’origine di esistere: da exsistĕre, ĕx- da, fuori - e sistĕre - porsi, stare, fermarsi -.

È l'uscire dal nulla, dall’inesistenza, è comparire sulla scena dell’umanità.

È l’apparire sulla scena della vita, più o meno chiamati o nati per caso, quasi un incidente di percorso.

“Un fiore selvaggio

non dovrebbe dire a una rosa

che è la più bella

e un soffione

non dovrebbe scusarsi con gli alberi

se al primo colpo di vento

ha perso la sua corolla.

Fioriamo tutti in modo unico e originale”.

È il levarsi dalla terra, come nei racconti della creazione l’umano è sollevato dalla polvere, nella propria originalità, dalla mano di un Dio creatore.

È il porsi, l’occupare uno spazio. In questo movimento è necessario che a poco a poco ci sia fatto posto, che l’altro e l’altra si ritirino, perché ciascuno possa abitare la propria porzione di mondo. Nel significato ebraico, è necessario che il creatore si “autolimiti” perché la creatura (mondo, esseri…) esista! E non è così, pure, per i genitori e i maestri nei confronti di figli e discepoli?

È il rispondere, l’assumere una scelta. Nella Cappella Sistina la scena del Giudizio Universale ci presenta il Creatore che tende la mano alla sua Creatura. Questa, con il dito indice ancora piegato, si riconosce la possibilità di accogliere l’invito a esistere, di divenire quindi protagonista.

È lo stare, fermi in una posizione senza lasciarsi travolgere dagli eventi, oscillanti, ma mai piegati.

“Stavo sulla porta,

né dentro,

né fuori,

lì…

pronta a leggere

i segni di un invito.

Stavo!”

Esistere è portare con sé la conoscenza che dai secoli ci è consegnata per confrontarla oggi nella nostra esperienza e riconsegnarla alla memoria aggiornata e ancora fresca, tanto da poter essere nuovamente messa in gioco da chi viene dopo di noi.

È procedere nell’incertezza, ma stabili nel muoversi, sorretti dalla curiosità di quanto ci attende, convinti che dopo il temporale, anche il più sconvolgente, viene il sereno e brilla l’arcobaleno che rinnova l’alleanza di pace tra il cielo e la terra. “È come un ponte imbandierato – continua Gianni Rodari - e il sole ci passa festeggiato”.

È essere, mai così finiti da non aver bisogno di altro tempo, mai sazi da non ricercare altra conoscenza, mai completi da non avere bisogno dell’altro. Perché è l’infinito che ci abita, ed è il limite, e pure l’incompletezza.

Siamo tutti un po’ Diogene di Sinope che con la sua lanterna va alla ricerca di sé, “dell'uomo che vive secondo la sua più autentica natura… che di là da tutte le esteriorità, le convenzioni o le regole imposte dalla società, e di là dallo stesso capriccio della sorte e della fortuna, ritrova la sua genuina natura, vive conformemente a essa e così è felice”.

Nella traduzione araba, esistere è predicato che rimanda alla relazione!

È l’essere presente anche nel silenzio, nell’assenza di parole.

È lo stare accanto nell’esperienza dell’impotenza, ricchi solo di uno sguardo che abbraccia, quando anche la carezza di una mano si arresta per rispetto del dolore dell’altro, e sapendo che non si ha risposta a tutto.

È l’esserci in ogni situazione, nella gioia e nel dolore, senza invidia e senza paura di perderci.

È la condivisione, del poco che si moltiplica proprio perché condiviso.

È la solidarietà in quell’essere umani che ci fa uguali, seppur nelle mille differenze!
“Di qualunque cosa siano fatte le nostre anime, la mia e la tua sono fatte della stessa cosa”, scrive Emily Brontë.





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