IL DIRITTO ALLA LENTEZZA

Tra i tanti diritti di cui si parla trovano posto da un po’ di tempo anche “il diritto di bambino e bambina alla lentezza, alla natura, alla selvatichezza, alla noia, al vuoto e soprattutto ad essere ascoltati”.

E di questo parleremo prossimamente. Temi che si agganciano bene all’articolo di maggio, dove trova posto la parola quietudine, un termine caro ad Arno Stern.

Pigiama party alla scuola materna, tre lingue in prima elementare, corsi di danza, musica, gare di sci, la media del nove... . Oggi a bambini e bambine viene chiesto di essere sempre di più: più intelligenti, più abili e più capaci. Troppo desiderare, troppo avere, troppo sapere, troppe soglie nuove varcate in anticipo, con corpo fragile, senza protezione e senza gli strumenti adeguati. È questo il pensiero di Costanza Giannelli che, in un intervento ad Educa, festival dell’educazione di Rovereto (TN), disegna così il grande dolore inflitto nei bambini, perché «è più facile vantarsi della luce dell’intelligenza del proprio figlio piuttosto che della zona d’ombra dove si muove la consapevolezza». Costanza Giannelli si augura che dopo quest’era falsamente buona e illuminata, ne nasca una nuova dove «un bambino molto intelligente abbia la possibilità di trovare, tra gli adulti, maestri speciali che gli insegnino a tornare indietro, gli mostrino il volto del fiore e dell’animale e, finalmente, possa trovare la quiete».

Mi piace dire la "quietudine", che rimanda ad uno stato di relax, di pace profonda. È possibile essere nella quiete anche nelle difficoltà. Immagine tipica è quella biblico-materna: "Io sono tranquillo e sereno come bimbo svezzato in braccio a sua madre...".

Quiete è pace con sé, con gli altri, con la natura. È molto di più di non conflitto. È esperienza profonda che riporta nella giusta misura di se stessi, degli altri, della natura. Colloca ciascuno nella propria posizione e riconosce a ciascuno il valore che non proviene dall’esterno, da un giudizio di altri, ma dall’interno, dall’essere se stessi.

Vi sono luoghi privilegiati in cui ciò si realizza, luoghi accessibili a tutti. Il bosco con la sua separatezza e i suoi chiaroscuri, i sentieri che salgono la montagna e aprono a panorami che parlano agli occhi del cuore, il mare con il chiacchierio delle onde e la spiaggia vuota al mattino presto. Luoghi dove è possibile recuperare la relazione profonda con sé, con gli altri, con la natura, per l’energia che ci donano.

C’è una chiesa in un prato a Laggio di Cadore, S. Margherita, una piccola chiesa di montagna con le pareti decorate e piccole fessure che fanno entrare una luce rispettosa.

L’ho scoperta, nel suo valore e significato, in una serata promossa dalla comunità montana e subito mi ha colpito per le somiglianze che ha con il "Closlieu" di Arno Stern. Entrambi i luoghi mantengono l’energia che nel tempo è loro donata da chi li frequenta, a cui chi arriva per ultimo, ma non ultimo, può attingere.

Un po’ pozzi di un chiostro in cui la lentezza dei gesti e la leggerezza dei passi si prende cura di piante medicinali, piante di cui beneficeranno il nostro corpo e il nostro spirito. È invito ad un ritmo più naturale, ad una relazione più a misura d’uomo, come quella che Emilio Bertoncini, agronomo con la vocazione per l’educazione ambientale, dal 2008 propone con il progetto: “L’Orto delle Meraviglie”: un’esperienza di orticoltura didattica a scuola nata nell’istituto comprensivo di Nave (Istituto comprensivo Lucca 7), alle porte di Lucca.

In un’intervista al giornale “Lo schermo” di Lucca, Emilio racconta: «All’epoca mia figlia frequentava la scuola dell’infanzia e io proposi di provare a fare un orticello. Davvero non sapevo dove saremmo finiti…». L’inizio è stato semplice, quasi improvvisato, come continua: «I due cassoni posizionati in bella vista all’ingresso della scuola sono diventati gradualmente la meta dei bambini nei momenti di pausa, la prima cosa da controllare quando si arriva a scuola, il luogo della meraviglia e dello stupore di fronte a quanto accadeva. E l’orticoltura si è adeguata per diventare un’insegnante essa stessa: questo ci ha consentito di utilizzare la manualità dei bambini, di metterli a confronto con le tecniche di coltivazione…».

Lui dice che l’orto "lo fa strano": in cassoni nel cortile di casa, in contenitori e terre impossibili nelle scuole e persino, quando capita, nei giardini pubblici. E continua: «I miei orti vogliono raccontare qualcosa, vogliono condividere saperi, sensazioni, emozioni, profumi, sapori».

E per averlo sperimentato alla scuola dell’infanzia posso confermare: l’orto diventa maestro che comunica le sue conoscenze a chi con umiltà si china su di lui; e direi ancora meglio: ad essi egli svela i suoi misteri ed offre i suoi tesori, e con questi dona l’armonia. È la magia della terra.

Contatto con il colore nel Closlieu, contatto con la terra negli orti: luoghi e materie che invitano a gesti lenti, a perdersi in un’esperienza di piacere. È tempo di primavera, tempo di rinascita, di vita nuova. Impariamo da chi coltiva la terra la pazienza dell’attesa, del prendersi cura, dei tempi lunghi perché il miracolo della vita ancora una volta si compia. Grandi e piccoli assumiamo lo sguardo che scruta i segni della vita che viene e lasciamoci ancora una volta stupire. Sapremo veramente godere insieme.






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