QualBuonTempo

15 Dic 2021


"MI INTERESSA..."

Tra I Care e Take Care

Solitamente amo utilizzare espressioni della lingua italiana per esprimermi, ma questa volta chiedo il sostegno della lingua inglese per sottolineare alcune idee.

L’I Care di don Milani[1], sul quale egli ha giocato la sua vita, esprime l’avere a cuore, il m'interessa, l’appartenermi, il sentirmi parte di qualcosa, il non essermi estranea. E quella “cosa” non è un oggetto che mi appartiene perché acquistato oppure donato, ma è molto di più.

Quella “cosa” è il luogo dove mi trovo a vivere, in cui agire una responsabilità sociale; è la persona che mi trovo accanto per la quale ho responsabilità umana; sono io, la persona con cui “convivo”, per cui ho una responsabilità “esistenziale”; è il tempo che la Vita mi dona, utile per il mio divenire!

Mi interessa fa parallelo con mi riguarda, mi investe, non posso fare finta di…, e pure mi scomoda!

E tutto ciò chiede di mettermi in gioco, di assumere un ruolo, e, in misura diversa, ad ogni età.

Che io sia una bambina o una ragazza impegnata nello studio, che sia una adulta, madre di famiglia o single, lavoratrice a vario titolo, mi è chiesto di fare la mia parte. E sarà il modo di offrire il mio contributo, non tanto se quello che dò è tanto o poco, a fare la differenza, a creare un clima adeguato a far crescere la rete di relazioni e di collaborazioni, e, perché no, di responsabilità.

L’I Care presuppone allo stesso tempo il Take Care, “l’avere cura… di sé”, perché sia vero l’avere cura degli altri e dell'ambiente.

L'essere proiettati verso l'altro, senza la cura dell'altro che siamo noi, non genera un sano equilibrio. La giusta cura di sé, il dare valore alle nostre ricchezze e povertà, fa sì che l'attenzione all'altro non sia giudizio, prevaricazione, pretesa, imposizione della nostra ricchezza rispetto alla sua supposta povertà, ma riconoscimento di una reciprocità, il concedere ad entrambi la possibilità di dare e avere.

E che cosa è questo se non il riconoscerci nel nostro essere persone?

Un episodio significativo.

È sera, ed Elise sta lavando Iago, 5 anni, prima di accompagnarlo a letto. Egli, in piedi sopra il lavandino, gira le spalle alla mamma.

Da un po' Elise sta in silenzio, pensando forse alla giornata trascorsa, o agli impegni del giorno dopo, o forse è solo un po' stanca dopo una giornata impegnativa!

Ad un tratto Iago manifesta con il suo corpo un po' di irrequietezza, forse è stanco della posizione, o semplicemente vuole “ricordare” la sua presenza.

Elise comincia a ripercorrere con lui quanto hanno fatto durante il giorno, e Iago subito si tranquillizza. 

Dopo un po’ si gira, e le regala uno dei suoi affascinanti sorrisi, come a comunicarle: "Grazie, mamma, per essere attenta a me come persona, di prenderti cura non solo del mio corpo, ma del mio bisogno profondo, del mio sentire!"

Come dice bene questa vicenda della necessità, che tutti abbiamo, di essere riconosciuti in ciò che siamo: persone con desideri, bisogni, difficoltà!

Abbiamo cura del corpo di bambini e di bambine, di anziani e anziane, del nostro corpo... gli dedichiamo attività che infiliamo nel tempo come perle di una interminabile collana, rincorriamo le ultime proposte, quelle più innovative… quelle più naturali, ma…

Ma quando e come offriamo attenzioni alla nostra persona e alla loro, a ciò che siamo? Come la alimentiamo?

Abbiamo bisogno di relazioni: ma quali? Di conoscenze: ma di che tipo? Di un ambiente: ma quale? Di un tempo: ma di quanto?

Se la logica che ci “conduce” è quella consumistico-commerciale, allora le cose che hanno valore hanno un prezzo, altrimenti non valgono; tutto si paga e così si può avere, si può possedere, anzi diventa un diritto avere, e più si paga più alta deve essere la qualità della prestazione o del prodotto che si ottiene!

Beh, la logica dell’I Care e del Take Care è diversa, è altra!

Aver cura, oggi, è urgentissimo per ridare significato all'impegno per e con gli altri, che si va disperdendo in un'esistenza giovanile, e non solo, a volte troppo piena di cose passeggere.

Non c’è prezzo per una buona relazione, per una vera relazione che, se nasce imprevista, gratuita … si alimenta però della reciprocità. Non c’è alcun diritto, se non quello di poter dare, e non vi è misura predefinita se non “una misura colma, pigiata e traboccante”[2].

Nel momento in cui entriamo nella logica del do ut des[3] non vi è più naturalezza nella relazione, ma commercio!

Le relazioni di cui ci circondiamo e in cui investiamo fanno di noi ciò che siamo: persone pacifiche o aggressive, capaci di dare fiducia o in continua difesa. Che le subiamo o le scegliamo, le relazioni ci caratterizzano, non ci lasciano indifferenti!

È vero, quindi, che il giusto equilibrio si gioca tra l’I Care e il Take Care, tra la mozione del cuore e la mozione agita!

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[1]Partiamo dal motto "I care" di don Milani - http://www.acli.ch/ILDialogo/dialogo_2009_4/p08.pdf

[2]Cfr. Luca 6,36-38

[3]Do ut des - frase latina dal significato letterale «io do affinché tu dia» e senso traslato «scambiamoci queste cose in maniera ben definita».






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