QualBuonTempo

19 Gen 2022


NATI PER UN CONGEDO

Necessità e Dono

Nella mia vita ho vissuto più volte l’esperienza del separarsi senza congedo.

La prima volta avevo dieci anni quando un incidente mi ha separata dalla persona che mi ha fatto da mamma. Se n’è andata alle tre di un venerdì di settembre senza poterci salutare, da venticinque giorni ero lontana da lei.

L’esperienza ha generato uno sconvolgimento ed è rimasta sullo sfondo della mia vita, tanto che poi l’ho rivissuta nella separazione, nuovamente senza congedo, da un’amica carissima.  Mi sono resa conto veramente del suo decesso quando, scendendo dalla macchina per andare alla celebrazione liturgica, mi sono trovata davanti all’epigrafe con la sua immagine e il suo nome. Avevamo un appuntamento proprio per quel giorno, ma il sabato pomeriggio ho ricevuto la notizia che ancora una volta un incidente stradale mi aveva privato di una relazione significativa.

Nel 1994 stavo per rivivere l’esperienza e mi sono resa conto che non potevo permettere che ciò accadesse. Se le persone non si congedano, è come “scomparissero”. È una delle paure che ci portiamo dentro fin da bambini, quando chiediamo alla mamma o al papà “Ma tu non muori, vero?” come a dire “Tu non te ne vai, non mi lasci solo!”. Nel primo periodo a scuola, quando le mamme volevano andarsene senza salutare il figlio o la figlia che altrimenti piangeva per il distacco, chiedevo sempre loro di dare un segno di congedo, per non lasciarli nel senso di vuoto allo scomparire dalla loro vista. Non avendo la percezione cronologica del tempo, per i piccoli è un “per sempre” quel loro non esserci.

Di fronte all’esperienza di un congedo senza congedo non potevo non agire: ho intuito che sarebbe stata molto dura per me se ancora una volta una persona molto vicina fosse uscita di scena. Era la volta di uno zio, a lungo la mia figura paterna con i normali contrasti di una simile relazione, che, giovane, si era ammalato gravemente e in modo irreversibile. Ho avuto la fortuna di potergli stare accanto fino alla fine anche leggendo i segni che lo accompagnavano. Per fare questo ho dovuto però attraversare l’Oceano Atlantico.  Ancora adesso sono grata alla Vita che mi ha offerto questa possibilità, alle persone che hanno reso realizzabile questo mio desiderio. Ho capito anche la necessità di chiudere il cerchio con quanti hanno avuto un ruolo importante nella nostra vita, di restituire la cura ricevuta. Più che un dovere è qualcosa che dobbiamo a noi stessi; è vivere il tempo che si compie anche con un congedo.

Ho colto la portata dell’evento quando, arrivata all’ospedale Hotel de Dieu, mi sono sentita ringraziare ripetutamente dalla dottoressa italo-canadese “Grazie, grazie, per non aver permesso che Eliseo morisse da solo!”. Sono rimasta sbalordita dal suo coinvolgimento, dimostrazione di una cura e attenzione alla persona che ho ritrovato in tutto il personale dell’ospedale, e mi ha colpito all’istante quanto sarebbe potuto accadere: un uomo se ne andava in solitudine, lontana dagli affetti più cari!

Nel mese trascorso accanto a lui, ho potuto sperimentare altri gesti di cura: la presenza dell’ausiliare canadese che raccoglieva le prenotazioni per pranzo e cena, e che sostava con me per una breve chiacchierata ogni giorno; il farsi presente dell’ausiliare italo-canadese, che, informata dalla sua collega, è arrivata proprio quando avevo una necessità urgente per mio zio che non sapevo esprimere in inglese; il puntuale ritorno dell’infermiera friulana che ogni giorno veniva a informarsi su come andava; la presenza discreta dell’infermiera di notte che, chiamata dopo che zio ed io c’eravamo congedati, mi ha delicatamente sussurrato: “He’s gone - Egli è andato!”, e non “died - è morto” come avremmo detto noi!

Ultimi, ma primi per la disponibilità immediata e per il calore donato gratuitamente, i suoi amici Philip e Joseph, ciociaro l’uno e calabrese l’altro, che con le loro famiglie gli sono stati accanto e mi hanno sostenuto in quest’avventura.

“Vivere il congedo” è una necessità, sia da parte di chi va, sia di chi resta, anche se non toglie la sofferenza. Come abbiamo bisogno di collocare i nostri cari, sia familiari sia amici, in un luogo, e il compiere un rituale ci aiuta a porre fine a un’esperienza di contatto diretto, per iniziare a vivere una presenza diversa che va oltre lo spazio e il tempo per una relazione senza limiti.

Un dono grande è poter vivere insieme i momenti della fine, anche se può capitare che avvenga mentre uno si prende una sosta per un caffè dopo tante ore di assistenza.

È un dono che mi è stato concesso.

Da giorni era sempre più evidente il venir meno e avevo chiesto tre doni: non dover tornare in Italia prima del tempo; che se doveva accadere, essendo vicina la Pasqua avvenisse in quella settimana; di essere presente e da sola per fargli sentire la presenza della sua famiglia lontana.

Beh, sono stata esaudita.

Erano appena passate le ventidue di quel martedì di marzo, e la signora con me venuta in visita ci aveva appena lasciati, quando lo zio ha spalancato i suoi grandi occhi quasi per catturare tutta la luce della stanza ed io con lui; e con un profondo respiro si è addormentato, chiudendo la comunicazione che fino a prima c’era tra noi. Una frazione di tempo di un valore infinito.

È stata un’esperienza di un’intensità tale che ancora a distanza pesco perle per l’oggi. Ma quello che mi è stato chiaro al ritorno è che quella trasferta mi aveva consentito di stare accanto allo zio, ma anche di rimediare al peso dei congedi mancati!

Auguro a me, a voi di non essere messi nella condizione di mancare agli appuntamenti che ci sono dati dalla Vita!

 





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