QualBuonTempo

15 Set 2021


NOI INQUIETI CERCATORI

Inquietudine non è irrequietezza.

La seconda ci mantiene in un costante stato di agitazione, di insoddisfazione; ci fa galleggiare in un mare di incompetenza, di inconsistenza che spinge a cercare qualcosa per riempire il vuoto che avvertiamo, e, magari, ci sentiamo inappagati dopo aver trovato ciò per cui ci siamo affannati! Irrequietezza è affanno che crea in noi un costante bisogno di sempre più, di un sempre nuovo.

La prima, l’inquietudine, invece, è uno stato in cui, se pure appagati, avvertiamo che c'è un oltre, uno spazio prossemico di espansione della nostra conoscenza, del nostro essere. È un di più che ci consolida, lasciandoci non affannati, ma liberi di stare nel cambiamento che ci porta sempre più vicini a ciò che siamo chiamati ad essere.

Siamo semi di umanità sparsi sulla terra dalla Vita, e, come tali, abbiamo bisogno di cure e di tempo per sbocciare come fiori di un variegato giardino.

Ricordo il parco Sicurtà, vicino a Valeggio, con le sue verdi estensioni erbose su cui è una delizia camminare a piedi scalzi, con le siepi e gli alberi secolari tra cui risuona la storia che lo ha consegnato a noi.

Tra le tonalità del verde e del marrone, spiccano aiuole traboccanti di fiori secondo le stagioni. Sbalorditivi i tulipani, che pur mantenendo la loro essenza, appunto l'essere tulipani, hanno forme le più svariate e sfumature le più diverse. Ed è proprio la combinazione tra le particolarità che rende ogni aiuola unica, seppur simile alle altre.

“Per fare un uomo ci vogliono vent’anni, per fare un bimbo un'ora d'amore”, cantava Massimo Ranieri negli anni ’60, e la regola non è cambiata!

La combinazione tra ovulo e spermatozoo è una scintilla che brilla nell'oscurità, e che ha solo due esseri come spettatori. Ma è la combinazione di dati generici, culturali e ambientali, che ci rende l'uomo e la donna che siamo. Ed è la numerosità di quei dati che genera variabili che ci fanno nel tempo diversi, in un continuo divenire.

È il già e non ancora, è il futuro che in noi già abita, che è realtà oggi, anche se parziale.

Dei dati genetici abbiamo in parte percezione, non basta una vita per metterli tutti in gioco, ed ogni sollecitazione ci fa attingere al tesoretto che la storia familiare ci consegna alla nascita.

L'inquietudine è l'interrogarsi su:

  • Perché questa combinazione, questa famiglia, e non un'altra?
  • Perché questo luogo, quest’ambiente culturale, e non un altro?

È il mistero dell'esistenza che colloca gli esquimesi al Polo Nord, gli aborigeni in Australia, i tuareg nel deserto del Mali, me in un piccolo paese del nord-est dell'Italia.

Se c'è un senso in tutto ciò, e credo proprio di sì, ne avremo piena comprensione al tempo opportuno, lo scopriremo come novità! Ma già nel tempo della vita lo possiamo intuire da piccoli tracce.

L'essere inquieti ci muove alla ricerca di risposte alternative, di soluzioni anche se parziali, che mentre soddisfano, generano pure altri interrogativi, altre domande.

È un po' come quando si mangia: ci è suggerito di alzarci da tavola non troppo pieni, non troppo sazi!

È come leggere un libro lasciando sempre le pagine con il desiderio di tornarci, con la curiosità di rituffarci nella narrazione.

È come vivere una relazione senza divorarla, lasciando quella distanza, quelle cose non dette, che diventano desiderio di tornare ad incontrarsi!

L’irrequietezza porta alla soddisfazione immediata del desiderio, lo consuma, lo brucia, lo esaurisce.

L'inquietudine suggerisce lentezza, gradualità.

Mi vengono due immagini da associare ai due termini: irrequietezza e indigestione, inquietudine e degustazione.

La prima, esperienza da non ripetere per il malessere che crea, mentre la seconda, da rivivere per il piacere che genera e per cogliere ancora nuovi sapori.

Buona inquietudine, allora!






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