PRE…DI…CHE?

De le potenzialità umane

Nella scuola, e non solo, si utilizza il prefisso pre (pre-requisiti, pre-logica, pre-sociale, pre-esame … ma anche pre-sciistico, pro-pedeutico, pre-liminare) che rinvia a qualcosa di ancora non compiuto.

Il termine pre-ludere deriva dal latino e significa "esercitarsi prima di una gara”, ma come ci si può esercitare a una pienezza che ci sarà? E la vita quando si può dire compiuta? Quando essa stessa è un divenire, un andare verso un compimento che ancora non conosciamo? Ed ogni età non ha, forse, una sua pienezza?

Quindi parliamo di prerequisiti di che cosa…?!, mi confrontavo un giorno con un’amica logopedista e formatrice.

Quel pre sembra dare poco valore a ciò che siamo oggi, al fare a ogni età, mentre porta a puntare gli occhi su qualcosa che è sempre nell’oltre, con il rischio di perdere il “qui e ora”, con tutta la sua valenza e la sua portata.

Un esempio: si chiede alla scuola dell’infanzia di preparare bambino e bambina per la scuola primaria, senza rendersi conto che in tal modo non si riconosce il giusto valore alla persona che lui o lei sono in quel tempo.

Questo poi succede anche nelle relazioni tra adulti generando insicurezza nell’altro, che, non sentendosi riconosciuto, non sa quale prestazione gli è chiesta, o, più ancora, che cosa gli è permesso essere.

In quel pre, oltre all’essere continuamente proiettati al futuro lasciandoci sfuggire all’oggi, avverto il desiderio, direi l’affanno, di non perdere tempo, di anticiparlo, oserei dire di divorarlo nel timore che qualcosa ci sfugga. E sento risuonare un pensiero consumista, quello che ci proietta sempre a un dopo, a un risultato che sarà; che quasi deve essere, e anche secondo certi parametri; da cui forse non ci lasceremo sorprendere perché ci sfuggirà la novità che va oltre le attese indotte; che magari ci deluderà perché non sarà come l’atteso consegnandoci a un dopo senza fine!

Sempre attingendo dal mondo della scuola, richiamo la grande preoccupazione dei genitori ai cinque anni dei loro figli e figlie: imparare a scrivere.

Un episodio. È settembre, la scuola è appena cominciata. Tra i nuovi arrivati c’è pure G., 4 anni, che proviene da una scuola privata dove ha già frequentato un anno e alcuni giorni di questo inizio. La mamma al primo giorno ci consegna un quadernone per la pre-grafia e una cartella ad anelli con le buste per conservare i prodotti dell’anno. La informiamo che a noi non serve e lei sostenuta ci chiede: “Allora che cosa fate tutto il giorno? Che fate per prepararli alla primaria?”.

Non nascondo che il tono mi aveva indisposto, e avrei voluto rassicurarla: “Signora, noi giochiamo tutto il giorno per prepararci alla vita! E lo facciamo con serietà perché ci crediamo”.

Quel giorno è stata fortunata: avevamo con noi i tre libroni del lavoro annuale di Anna, una bimba appena passata alla primaria, e consegnandoglieli le abbiamo detto: “Signora, qui può avere un’idea del nostro “giocare” e di come ci prepariamo”.

Fa problema, non tanto la richiesta “Come lì preparate alla scuola successiva?” su cui già si potrebbe parlare, ma proprio il “Quando insegnate loro a scrivere?”, chiesto a volte già ai tre anni. E qui negli anni mi ero allenata, perché dopo aver raccontato il nostro “fare per l’autonomia di pensiero e di azione” di bimbi e bimbe, mi piaceva chiudere con la battuta “anche le scimmie apprendono a scrivere”, per dire che è un meccanismo cui tutti possono accedere al momento opportuno.

Questo perché penso che la scrittura non sia un punto di arrivo, che ci sia molto di più in gioco, ed è la comunicazione, di cui la scrittura è modo/forma/ strumento. E penso anche alla potenzialità di tutte le altre forme comunicative!

Proprio per questo toglierei quel pre, e parlerei di requisiti che vanno a facilitare l’utilizzo dei codici comunicativi… e pure espressivi, per vivere oggi una buona relazione.

Parlerei di bambino e bambina, di persona competente in quanto capace di agire le conoscenze in un contesto relazionale, e nella misura che gli è consentita dall’età, non solo anagrafica, ma anche esperienziale. Perché è nelle esperienze che si sviluppa la competenza essendo realtà in evoluzione permanente e mai acquisita nella totalità.

Tre gli atteggiamenti fondamentali da esercitare: riconoscere le mie competenze e potenzialità, cioè il valore che sono, per metterle in gioco; riconoscere le competenze e potenzialità degli altri, cioè il valore che essi/e sono, accogliendo la diversità; riconoscere le competenze e potenzialità dell’ambiente, cioè il valore che c’è, per vivere l’interdipendenza, che è pure custodia reciproca nell’oggi!

Certo, l’uomo di domani è già “nascente”, anzi, è già qui, ma dipende dall’uomo di oggi giacché ne è figlio, e ne sarà influenzato. Quello che ci è dato di vivere appieno ora è l’essere l’uomo e la donna di oggi… domani come saremo? Chi lo sa?!?

In questo viaggio nel rispetto di noi stessi e degli altri abbiamo bisogno di compagni che ci affianchino anche a distanza di tempo. E mi riferisco a quanti condividono la passione per la persona[1], senza giudizio e senza confronto[2], riconoscendo l’importanza di avere cura[3] e rispetto del suo camminare con passo lento[4] o veloce, secondo un ritmo personale e creativo. E ne cito solo alcuni dei tanti, compagni e maestri di vita.

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[1] Maria Montessori, D. Milani, Mario Lodi, Madelene Del Brel
[2] Arno Stern
[3] Emi Pikler
[4] Gianfranco Zavalloni





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