QualBuonTempo

11 Nov 2020


REGOLA?!? SÌ, MA QUALE?

Esiste una competenza relazionale? E se esiste: qual è il punto di arrivo? Come si acquisisce, e come si può misurare?

Un tempo i cortili delle case, soprattutto nei paesi, erano lo spazio ampio e libero dove si “acquisiva” tale competenza vivendola ogni giorno. S’imparava da tutti, grandi e piccoli, non c’era una separazione in base all’età e l’apprendimento avveniva per passaggio di generazione in generazione, sia di informazioni, sia di valori di riferimento. S’imparava la relazione stando in relazione, come si conosceva l’ambiente stando nell’ambiente, e non sui libri.

Nel tempo la ricerca e le invenzioni hanno portato una novità e con essa un cambiamento: modi diversi e gestibili personalmente per apprendere, rendono non indispensabile, non più significativo, lo stare in un ambiente relazionale.

Passiamo, grandi e piccoli, tanto tempo da soli davanti alla TV, computer e forse ai libri… ma, in proporzione, poco tempo con gli altri, coetanei o meno, spazio in cui scambiarsi quella che può essere una ricchezza personale, per arricchirci l’un l’altro!

Per quanto riguarda il controllo della famiglia, dell’adulto, su bambino e bambina, non è però cambiato molto: se prima era il gruppo familiare a farsi garante, anche della sicurezza, ora sono altre le figure cui è chiesto di svolgere tale compito.

Accanto alla possibilità di accedere, con facilità e da soli, a saperi un tempo mediati, c’è, quindi, un bisogno di controllo da parte dell’adulto espresso in altro modo: nella programmazione del tempo del bambino e della bambina.

Ed ecco il muoversi, l’agire, il divertirsi, l’essere interessati e motivati a comando; è questa spesso l'esperienza di gioco che vivono bambine e bambini in tempi a comando.

Tutto è organizzato, a tutto pensa l’adulto che provvede a che cosa ti potrebbe piacere, a che cosa dovresti fare per divertirti, a che cosa ti serve.

Egli pensa per te, cosa che altri fanno a loro volta per lui, a te chiede, e lo si vede dichiarato con chiarezza anche negli slogan pubblicitari, solo di avere voglia di giocare, il come è “compito suo”.

Ed è solitamente difficile che il gioco organizzato non proponga la competizione, la gara, in cui essere vincitore! È l’attesa di chi assiste, e quindi un obbligo per chi gioca, che chiede un prodotto che è il risultato. E in questi spazi genitori e familiari presenti sono “semplici pali” che reggono una fittizia rete di sicurezza.

Dove è andato a finire il giocare per il giocare, per un prodotto che è il piacere, per un risultato che è una buona relazione?

Il gioco è lo spazio dove ciascuno mette in gioco se stesso, dove facciamo esercizio di relazione, e gli arbitri siamo… tu… noi… i soggetti stessi della relazione. Un controllo esterno ai protagonisti del gioco vanifica l’assunzione delle regole che sia il gioco sia la relazione portano con sé!

“Ma…?!?” Vedo la mano di adulti, genitori, nonni, insegnanti, portarsi alla testa espressione di dubbi:

“Ma… non sono capaci… non sanno… e se?!?... e poi?!?...”.

Quanti interrogativi, quanta incertezza, cui mi sento di dare un’unica risposta:

Creiamo l’occasione perché imparino, perché diventino capaci, perché prendano le misure, perché quel poi sia il lasciarsi sorprendere da un risultato che avvalla il potersi fidare della loro… e della nostra non-dipendenza!”

Uno dei consigli che passava nelle conversazioni con i genitori scuola dell'infanzia era:

Scambiatevi gli inviti, fate in modo che il vostro bambino inviti i suoi amici, che lei… che lui, vada a casa loro, e senza di voi. Non siate onnipresenti, incombenti, ma preparate con vostro figlio o vostra figlia la venuta degli amici, e lasciateli liberi di giocare tra loro, che si gestiscano da soli, oltre i materiali e gli spazi, anche i possibili conflitti. Non siate genitori, adulti, ansiosi, che preferiscono far giocare in casa, anche se il sole splende e invita a uscire, perché in giardino possono "sudare".

A tutto ci si adatta, anche al peggio “finché si può resistere”, anche ad una scuola “blindata nell’agire per garantire il bisogno di sicurezza dell’adulto”, per timore di un possibile pericolo che era “incontrabile uscendo sul territorio”, ma “poteva anche entrare da fuori”.

Per questo mi ha piacevolmente sorpreso l’incontro con una scuola che, col bello e cattivo tempo, in primavera e inverno, ha di regola l’uscire, il vivere l’ambiente, l’andare a prendere dal mondo, ciò che serve per vivere nel mondo!

È la Scuola nel Bosco di Riva del Garda, dove adulti-educatori stanno accanto a bambini e bambine, dai 2 ai 10 anni, non come maestri, non come guardiani, ma come custodi e garanti dell’interesse del singolo/a e del gruppo, della loro autonomia, in quella che è l’esplorazione quotidiana.

Al mattino, presso la “scuola” attendono due pulmini carichi del necessario per l’uscita giornaliera; si sale a 900 mt, là dove il bosco diventa un’aula meravigliosa con lo sfondo stupendo del Lago e la giornata inizia. Avrà termine con il ritorno nel primo pomeriggio.

“Il pranzo è cucinato dalla famiglia e quando i bambini aprono i loro termos, si sentono i profumi dell’affetto con cui mamma e papà hanno preparato quel cibo!” informa Serena Olivieri, sottolineando uno degli aspetti che rendono la presenza della famiglia in quest’esperienza, e per ogni evenienza “abbiamo una casa rifugio!”.

Mi piace terminare con una frase significativa di Serena, un programma anche per le famiglie:

“E se il bosco è la nostra aula, la didattica si costruisce a partire da ciò che colpisce”.

Certamente c’è un progetto, ci sono delle scelte da parte degli adulti, ma c’è pure un grande coinvolgimento di bambini e bambine in cui passa il loro riconoscimento!

Ed è questa la regola d’oro del nuovo paradigma educativo: fidarsi delle loro possibilità di essere capaci di… sorprenderci!






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