ROTTA DI COLLISIONE… INVERTIRE LA ROTTA!

È ammalata… è moribonda… è finita. Queste e altre le espressioni per dire lo stato attuale della scuola! E non sono altrettanti modi per definire lo stato della famiglia oggi?!?
La scuola è nata con il compito di “insegnare a leggere, a scrivere e a far di conto”, per dare a tutti la possibilità di essere cittadini della società, per la parte che loro compete. 
La famigliaè l’ambiente naturale dell’educazione”, cito Maria Montessori, per quella relazione di cura che la Vita affida agli adulti e per quella “delega” che ogni società compie nella formazione dei suoi futuri cittadini.
 
E che è successo nel tempo?!
 
Alla scuola è stato chiesto di assumere sempre più il compito di educare, oltre che di istruire, e la famiglia ha delegato sempre di più questo suo ruolo.
Sono più le ore di relazione bambino/a e insegnanti, di quelle della relazione figli/e e genitori.
Come mai si è arrivati a ciò?
A capire la genesi del modello educativo di oggi, forse ci aiuta Francesco Tonucci quando afferma che le città sono state ricostruite, dopo la guerra, pensando al cittadino lavoratore (Progetto Internazionale “La città delle bambine e dei bambini”)
È ad un “adulto produttore” che si è pensato, e di che cosa aveva/ha bisogno egli per essere libero di dedicare il suo tempo alla produzione, per essere “sereno” mentre lavora?
Di una casa assicurata, di luoghi che provvedano all’assistenza in sicurezza dei figli e dei genitori anziani, di altri in cui rilassarsi nelle pause di lavoro, da solo o con la famiglia e gli amici, di negozi con orari prolungati dove acquistare i beni che produce e nel tempo che il lavoro gli permette.
In Cina, mi raccontava una nonna, sono chiari i compiti: gli insegnanti danno le regole che servono nella vita, cioè educano, e i genitori non intervengono in questo mentre vivono il tempo libero del figlio.
Comprendo ora, dopo 20 anni, la richiesta del primo papà cinese incontrato: “Maestra, tu devi insegnare alla mia bambina a rispettare il suo papà!”
A lui rispondevo: “Certo, io insegno questo alla tua bimba, ma tu fai in modo di passare del tempo con lei, di giocare, di andare a spasso…!” Lasciava la bimba addormentata la mattino e la rivedeva addormentata la sera: chissà se parlarne è servito a qualcosa!
Lo so che è provocatorio… ma non è che con questo rischiamo a essere famiglie in cui “sconosciuti” si incontrano nel tempo libero?
 
E se, osservando quanto accade oggi, fosse urgente invertire la rotta?
 
Può far riflettere l’intervista che Arno Stern, pedagogo che ben conosce sia l’essere padre, sia l’essere a servizio dei ragazzi/e, ha rilasciato a Lucio Basadonne in “Figli della libertà”.
Lucio: «Come hai imparato a crescere un figlio in “questo” modo?» [1]
Arno: «Non bisogna dire che ho cominciato, è stata una cosa naturale…»
L.: «Ti sei mai sacrificato per i tuoi figli».
A.: «No, non ho mai avuto la sensazione di sacrificarmi per i miei figli. Abbiamo condiviso la vita, è normale condividere la vita con i propri figli, non ci si sacrifica... È una vita in comune, è qualcosa che si condivide ogni giorno, ed è divertente, sia per i genitori, sia per i figli».[2]
Pensando a Gaia, sua figlia, Lucio chiede: «E che cosa consiglieresti per crescere una bambina libera?».
«Mah, io non dò consigli» risponde Arno sorridendo «È però importante sapere che si può vivere in altro modo rispetto a quello in cui si vive nella nostra società. Che non è normale e nemmeno raccomandabile una società dove i figli non conoscono i genitori e dove i genitori non si interessano realmente ai figli. Bisogna vivere insieme in altro modo, e cominciare molto presto. Ci sono persone che vivono come se non avessero figli, continuano a vivere come prima. Questo non è normale, bisogna vivere con i propri figli. Avere dei figli trasforma la vita quotidiana e ne vale la pena perché è molto arricchente!».
 
È l’esperienza di Francesca, un’amica a cui la nascita del figlio ha donato la possibilità di ascoltare i desideri più profondi.
«Davanti a casa mia c’era molta terra incolta, ho immaginato un grande orto e un pollaio… una capanna dove ripararsi in caso di maltempo».
Nato Gioele, Francesca si è trasforma da educatrice d’asilo in contadina, anzi in Raccontadina come si firma, e fa del suo rapporto con la terra la fonte di relazioni vere per sé e per il figlio!
La nota in più, in questa che resterebbe storia familiare, è che, in primavera-estate, lei apre L’Orto Sociale Bortolo a famiglie e a scuole. A bimbi e bimbe affida la cura di un pezzetto di terra e una gallina.
«Ci si incontra il sabato pomeriggio per piantare, raccogliere, per giocare».
E sì, perché nel campo c’è un grande prato per i giochi.
Ma il suo coinvolgimento con i piccoli ortolani va oltre:
«Una volta al mese cerco uno spazio che ci accolga in modo che i bambini possano organizzare il loro mercato contadino…».
L’Orto è scuola di Vita per lei, lo è per Gioele, 9 anni, e i tanti amici che vi “circolano, che frequentano la scuola pubblica e arricchiscono le conoscenze “mettendo le mani nella terra”.
«Tutto questo permette il nostro mantenimento, la nostra serenità, la socializzazione; permette a mio figlio di crescere in un ambiente naturale, ma soprattutto insieme ai suoi pari».
E ogni tanto partono:
«Gli faccio fare Weekend lunghi per portarlo a conoscere l’Italia, ma, nonostante chieda lui di voler conoscere l’Italia, è restio a saltare giorni di scuola».
 
Mi piace sottolineare questo modo di essere famiglia che si fa carico dell’educazione e dell’apprendimento di un figlio ponendosi accanto alla scuola, che fa una scelta di valorizzazione e di integrazione, piuttosto che di contrapposizione e di condanna.

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[1] “E non sono mai andato a scuola”, Ed. Nutrimenti – André Stern racconta la scelta educativa della famiglia.
[2] La vera laurea è l’entusiasmo, di André Stern - http://www.nutrimenti.net/public/IG054_003.pdf





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