SOLI

“Secondo te siamo soli in fondo?”, mi chiedeva tempo fa un’amica.

Dopo averci un po’ pensato, così le ho risposto:

Giovane, ti avrei detto di no, tanto aborrivo quest’idea.

Negli anni ho capito che la nascita e la morte sono esperienza di profonda solitudine. Sia nel vivere la prima, sia la seconda, non sappiamo che cosa ci aspetta, chi ci attenda, e, tra il compimento dell’una e dell’altra, andiamo alla ricerca, novelli Diogene, di chi siamo, del senso del nostro esistere.

Nell’andare incontriamo altri cercatori come noi. Con alcuni scambiamo informazioni utili, a volte sono conferme, altre volte sono novità. Ci incontriamo, restiamo insieme per un battito di ciglia, a volte, o poco più, non c’è differenza, perché il tempo è un’illusione, ciò che conta è l’intensità. È questa che ci fa ripartire diversi.

Sì, siamo soli. Spesso questo ci pesa, ma se scopriamo la “nostra” compagnia… ci pesa meno.

E ogni tanto fa bene fare un fischio a amici e amiche, pure a cugini, anche se lontani nello spazio. Anche a sorelle e fratelli e genitori se li abbiamo, e siamo in buona relazione.

L’essere sola lo avverto in particolare quando sto male, anzi la nostalgia di qualcuno è il termometro del malessere del momento, per il resto reggo. Certe volte sto bene sola, mi occupo, mi godo questo tempo dedicato. Altre volte ho necessità di compagnia, la cerco, anche se non è detto che poi la trovi o che risponda al mio bisogno”.

Poiché in questo tempo avverto la necessità di aprire spazi di dialogo che mi alimentino positivamente, coinvolgo nella conversazione pure Alberto Maria, l’amico monaco che già collabora con questa rivista nella sezione QualBuonSogno, che continua la riflessione:

“Credo che il nostro corpo sia un confine naturale, che paradossalmente ci permette d’incontrare l'altro, e nel frattempo ci rende anche soli perché crea una protezione al nostro mondo interiore, dove qualcosa rimane non conosciuto”.

È lì che abita l’IO, e alle sue stanze siamo ammessi con gradualità. Ed è progressiva la conoscenza di noi stessi, come parziale è lo svelamento agli altri, c’è sempre un oltre, un di più da scoprire, come dice bene Alberto Maria:

“Tutti aspiriamo a una conoscenza piena di sé, degli altri, e a una comunione, ma alla fine la vita ci respinge in una solitudine, non certo quella grande della depressione, ma la constatazione che nel viaggio della vita siamo soli”.

Sì, la depressione è l'esperienza del cadere in questo vuoto senza vedere alcun appiglio; ha in sé la solitudine estrema, che porta a non sperare... alla disperazione! La solitudine che ci vede come compagni di noi stessi è, invece, uno spazio vitale, in cui possiamo attingere alle riserve di energie nel più profondo di noi, contattare desideri, bisogni, pensieri, far emergere i semi di creatività deposti, di cui neppure noi abbiamo conoscenza!

Sollecitata da Alberto Maria chiedo: “Ma è la vita che ci respinge nella solitudine, o è l’impossibilità immediata di pienezza che ci fa avvertire l'esistere di un vuoto che solo gradualmente potremo riempire e in esso noi sperimentiamo la solitudine?

“Baden Powell, il fondatore dello scautismo, diceva che ciascuno è su una canoa e dobbiamo guidarla noi, con i nostri remi. Questo educativamente è fortissimo!” ricorda il nostro amico, e continua: “Forse ci piacerebbe godere delle meravigliose comunioni celesti, ma per ora bisogna remare come sulla canoa”.

Credo che l’essere soli sia esistenziale, diverso dalla solitudine che possiamo provare nel non aver persone con cui scambiare una parola, con cui confrontarsi.

Soli lo siamo rispetto alle grandi decisioni della vita, quando decidere dipende da noi e solo da noi trovare consiglio. Possiamo invece vivere la solitudine anche se attorno a noi abbiamo persone con cui però non condividiamo nulla o da cui ci sentiamo esclusi. A volte l’altro evidenzia la mia povertà, la mia mancanza, la mia diversità, e questo è fonte di un’estraneità che genera solitudine.

La compagnia di sé e degli altri è godere già di quell’esperienza che potremo gustare in pienezza nell’Oltre, dove ci sarà “un accrescimento della gioia e della conoscenza perché mi specchierò pienamente negli altri, attraverso i mille fratelli e sorelle della storia”, suggerisce infine Alberto Maria.

A cura di Lia Mare e Alberto M. Osenga insieme a Emanuela Marsura.






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