UBUNTU

"Io sono ciò che sono in virtù di ciò che tutti siamo"

Ci sono idee, mondi, persone, che rallegrano e allargano il nostro gradiente affettivo, altri che lo restringono, intristendoci e chiudendoci in una cupa solitudine parentesi” così scrive Isabella Guanzini[1].

Lo vedo sottolineato dall’onda di ritorno di una pandemia i cui effetti sentiamo più vicini.

Respiro ansia e paura, e, come continua citando il filosofo Gilles Deleuze, “se ci consideriamo affetti da tristezza, credo che siamo fottuti”! La vista si annebbia, le orecchie si ovattano, il tatto perde sensibilità, e non vediamo via d'uscita, non percepiamo parole di speranza; i nostri corpi si allontanano e i piedi si bloccano impedendoci di compiere i passi che ci avvicinano all’altro. Sprofondiamo in una solitudine che rende impossibile il metterci insieme per cercare soluzioni.

E il mostriciattolo vincerà non per i corpi che avrà portato con sé, ma per gli spiriti e le relazioni che moriranno.

Se ci diamo ascolto, noteremo che questa sintomatologia è vicina a noi, anzi, è in noi. È scontato, saremo cambiati quando (per ora non ci è dato di saperlo) ne usciremo, altrimenti significherebbe che il tempo per noi si è fermato. Direi che lo siamo già, diversi da gennaio, ma come ne usciremo alla fine di tutto dipende da come scegliamo di vivere questo tempo.

Se raggiunti dal Covid-19 la cura del nostro corpo dipende da altri, il rimanere sani chiede a noi, a ciascuno, di porre attenzione a come e dove ci muoviamo, al rispetto delle regole, a volte intransigenti, che ci vengono suggerite.

Anche la cura dello spirito è affidata a noi, perciò mi chiedo:

  • Qual è il cibo che mi fa stare bene?
  • Quali le compagnie che possono alleggerire la fatica dei miei giorni?
  • Come gestisco il tempo a disposizione?
  • A chi delego le scelte in merito a ciò?

Se la gioia ci rende creativi: secondo Spinoza la tristezza non ci rende mai intelligenti. E, a proposito di complottismo, chi detiene il potere, spesso figura “occulta", ha bisogno che le persone assoggettate siano affette da tristezza, le domina meglio.

Finché avremo accanto a noi “affetti tristi subiremo l'azione di corpi e animi che non convengono con noi[2], che non “passano” vita, poiché la persona ansiosa, triste, succhia energia per la non forza di reazione che riscontra in sé.

È urgentissimo ritrovare il linguaggio dei gesti, delle parole, delle azioni, che trasmettano speranza, serenità; ricostruire una relazione calda, che, pur nella vicinanza prudente, ci metta insieme per sostenerci l’un l’altro.

Da soli - e possiamo esserlo anche se abitiamo in una famiglia di più persone o se siamo connessi ventiquattro ore su ventiquattro - è difficile procedere sulla strada irta e faticosa, senza punti di riferimento.

Vale qui il detto “o se ne esce insieme, o nessuno si salva”, nel cerchio della vita portiamo noi stessi e prendiamoci per mano.

Ubuntu esorta al sostegno
e aggiunge Umuntu ngumuntu ngabantu:
io sono ciò che sono in virtù di ciò che tutti siamo”.

---

[1] Tenerezza. La rivoluzione del potere gentile di I. Guanzini – Ponte delle Grazie

[2] G. Deleuze






ABOUT AUTORE









Utilizzando il sito web, accetti il nostro uso dei cookie, per una tua migliore esperienza di navigazione. Maggiori informazioni Ok