UN TESORO DA SPENDERE…

Il valore del tempo

Il tempo è cosa fragile, volatile, di per sé non ha consistenza se non quella che noi gli diamo con le azioni e le scelte che compiamo, e le relazioni che viviamo.

Tra il comparire e l’uscire dalla scena di questo mondo tutto accade così in fretta come dice Alessandro Manzoni, in una sua celebre ode, quando sottolinea che: “Di quel securo il fulmine tenea dietro al baleno…”.

Ha, però, un’importanza nella nostra vita, perché tra il nascere e il morire abbiamo a disposizione il tempo utile per vivere le relazioni che permettono a ciascuno di riconoscersi pezzo fondamentale del grande puzzle della vita dell'umanità, di essere significativi, di lasciare impronte che altri seguiranno, come noi lo facciamo con chi ci ha preceduto.

Quando poi diciamo che non abbiamo tempo, in realtà dichiariamo un falso, poiché in una giornata abbiamo a disposizione ventiquattro ore, per un totale di 31.536.000 secondi in un anno.

Piuttosto che dire, “non ho tempo”, potremmo chiederci di che cosa lo riempiamo il tempo, valutare l'uso che ne facciamo, il senso delle scelte che compiamo, le priorità che diamo.

La società, che insieme andiamo costruendo, considera il tempo una cosa da spendere, da consumare, oserei dire da “bruciare”: tra corse per le spese, per il divertirsi, per portare i ragazzi alle molteplici attività che ci sostituiscono accanto a loro anche nel bisogno di sicurezza; tra corse al lavoro per rispettare orari fissati da altri e per terminare in tempo il lavoro richiesto, gli anni volano!

L'economia di mercato si gioca proprio sul controllo del tempo: c'è un ordine da parte di qualcuno che va esaudito in un tempo contenuto, è la gara a chi riduce i tempi di consegna. E mi viene in mente che anche nella preparazione dei cibi nelle mense c'è un abbattitore che riduce i tempi di cottura.

Siamo così presi dalla corsa che, spesso, avvertiamo un bisogno impellente di fermarci, ma anche quando lo facciamo, non riusciamo a gustare il tempo vuoto, silenzioso. Ci diventa impossibile rallentare, quasi si rimpiange il tempo organizzato; ci è faticoso assumere un ritmo che è più umano, perché se è vero che abbiamo le gambe per correre, è pur vero che questa è un'azione di emergenza. Si corre perché si ha fretta di scappare da una situazione di pericolo, per allontanarsi da qualcosa che ci spaventa, ma la nostra “normalità” di umani è il camminare che ci permette di entrare in contatto innanzitutto con noi stessi, che favorisce l’osservare e il vedere ogni particolare della natura e dell'ambiente che percorriamo, che facilita il guardarci negli occhi, il sorriderci quando ci incontriamo.

È il camminare la normale andatura della persona, e un camminare lento e disteso che ti riconcilia con te stesso. Se il gioco del bambino ha bisogno di tempi distesi per far emergere tutto il piacere di cui è fonte, ugualmente lo è per la relazione, che ha bisogno, per costruirsi, di tempi d’incontro, di tempo per dirsi l'un l'altro ciò che il cuore ha necessità di dire. Una relazione che porta alla conoscenza non può essere relegata in tempi contratti che mettono premura, pressata tra il desiderio di sfruttare tutto il tempo perché si sa che finisce, e la preoccupazione che c’è altro da fare.

Mi ha sempre creato perplessità l'affermazione: "È importante la qualità del tempo che si passa con i bambini”.

Negli anni passati con loro nella scuola, ma prima ancora per l'esperienza che ho vissuto nei campi scuola, bambini e bambine mi hanno rivelato che per loro era fondamentale il tempo passato a fare insieme, a parlare, ad ascoltarsi, a camminare, a leggere, a guardare, a giocare. Ragazzi e ragazze delle medie mi hanno fatto comprendere quanto era importante l'essere accanto a loro, il dedicarsi del tempo reciprocamente, il vivere la compagnia, e, perché no, anche la complicità che porta a ridere, a scherzare, che aiuta minimizzare i piccoli drammi che possono accadere quando si sta insieme.

Vale anche per noi adulti quanto sottolineava la matematica Emma Castelnuovo: “Lasciate ai ragazzi tempo di perdere tempo”, tempo in cui emergono domande vere che chiedono risposte vere! Perché è il tempo disteso che permette una relazione più efficace, direi esistenziale, che ha una ricaduta nella nostra vita di energia e di vitalità, che ci fa guardare l'altro come un compagno e non come un nemico. C’è la possibilità allora di riconoscere in lui gli stessi bisogni e le medesime urgenze, e il sorgere di una solidarietà che ci rende complici e ci sostiene.

Quale dono migliore a me stessa se non quello di recuperare il tempo utile a godere della vita? Quale indispensabilità, allora, di staccare la spina e recuperare il tempo di capire per potermi capire nel mio desiderio profondo?

Quale dono migliore se non quello dello scambiarci del tempo di attenzione, di cura, di risposta ai bisogni l'uno dell'altro?

Nei giorni che precedono una grande festa, mi è capitato, occasionalmente, di sentire una conversazione tra due, credo, fidanzati: la ragazza raccontava di aver provveduto ai regali che si sarebbe scambiata con le amiche, manifestando un certo sollievo, mentre per altri amici non aveva ancora individuato e questo le creava un evidente stato d’ansia.

Anche tutta questa preoccupazione per il regalo, per qualcosa a volte superfluo, potrebbe essere risolta donando del nostro tempo agli altri. Non un oggetto che spesso finisce in qualche angolo della casa a far compagnia ad altri, ma del tempo da trascorrere insieme, del tempo che l'altro può usare secondo le sue necessità.

Mi sembra un modo molto caldo di dire all'altro “Sei prezioso, mi metto a tua disposizione”, perché come dice Simone Weil “Ciò che per me è sacro, non è né la sua persona né la persona umana che è in lui. È lui” [1].

E dunque c’è un perdere tempo che è sacro: il perder tempo per l’altro. Sarà allora come dirgli con Angelo Casati: “Tu esisti per me, tu sei prima dei miei programmi, e io mi fermo”.

E in quel fermarci recuperiamo pure l’altro che è in noi!

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[1] Simone Weil, La persona e il sacro, Ed. Adelphi






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