QualBuonTempo

24 Ott 2018


UNA VESTE DA LACERARE

La vita ci cambia

Ciascuno di noi nasce in un contesto relazionale ben preciso e definito di norme, di regole, di ritualità.

Secondo studi, se in una famiglia è accaduto un fatto increscioso e quel giorno qualcuno ha appoggiato il cappello sul letto, beh, sarà regola che il cappello appoggiato sul letto porta male, e tutti staranno molto attenti a compiere tale gesto interdetto.

In un tacito passaparola certe consuetudini diventano regola: “non sta bene che si faccia in questa famiglia”. I comportamenti poi, di alcuni elementi del nucleo familiare, diventano stigma, parametro, segno di un limite non valicabile.

E si cresce, con un vestito che si colora di attese che diventano obblighi, di pretese che diventano limiti, di abitudini che diventano consuetudini, e a poco, a poco ci si abitua, anzi si è costruiti da tutto ciò.

Senza accorgersene, siamo sorretti, anzi, il nostro io è sostituito da quel grande Io che è il Noi del clan familiare!

E possiamo vivere tutta una vita con questa veste che ci cresce addosso, che ci fa essere ciò che gli altri, partner, famiglia, amici, compagni di lavoro, si aspettano da noi.

Ma arriva il momento in cui quella veste comincia a far sentire il suo essere fuori tempo, stringe la rigidità delle sue cuciture, la stoffa di cui è fatta manifesta il suo limite per un “corpo - io” che è cresciuto!

Può essere il tempo particolare dell’adolescenza, ma è un “tempo” che ritorna sempre, perché la veste si straccia, anzi va stracciata, va lasciata cadere come un abito che non ci appartiene, che non ci è più funzionale. È l’occasione in cui scopriamo, anzi, che non ci è mai appartenuta!

Ma ci vuole coraggio nel lasciarla... non è facile, tanto ci siamo abituati a modi di pensare, di fare, tanto ci è consueta quella immagine di noi per cui non ci riconosciamo altro che in quella forma che continuamente ci è rimessa addosso.

Mi rendo conto di quanto è difficile liberarsene!

Ma è azione fondamentale, indispensabile, per divenire “veramente” se stessi, persone uniche e originali!

Mi accompagnava un pensiero nei giorni d’estate: la grande responsabilità che abbiamo nei confronti di bambini e bambine!

Non possiamo aspettarci che ci riproducano nelle scelte e non possiamo lasciarli soli nell’orientarsi; non possiamo offrire soluzioni predigerite e non possiamo mandarli sprovvisti all’arrembaggio; non possiamo caricarli delle nostre delusioni e non possiamo togliere loro la speranza: che cosa allora possiamo fare per aiutarli ad essere quello che con fatica noi abbiamo compreso?

Possiamo camminare insieme ripercorrendo sentieri noti e inoltrarci mano nella mano in luoghi sconosciuti, ma possiamo anche procedere seguendoli con lo sguardo a distanza.

Possiamo condividere emozioni già sperimentate e gettarci insieme nell’avventura di una novità, o accettare che ci lascino indietro con la fiducia che “ritorneranno”.

Ciò che conta è “che sentano, che li segua” la fiducia, il credito, il riconoscimento, che noi diamo loro, che avvertano il nostro esserci e il loro esserci in questa relazione!

Non è questione di essere amici, compagni, ma di un rapporto vero che ci rende liberi di essere ciò che siamo: figlio o figlia e genitore, bambino o bambina e adulto!

E non è un rapporto di parità, se pensiamo che l’adulto “è colui che ha una parte di vita già vissuta”, mentre bambino/bambina “hanno appena iniziato, hanno tutta la vita davanti”!

Ma c’è parità se consideriamo i soggetti come persone in divenire, perché la “camiciola” che ci viene consegnata alla nascita può essere in ogni tempo cambiata, anzi muta con noi, si trasforma con le nostre scelte e i nostri rifiuti, con i nostri desideri e i nostri bisogni, con gli incontri e le perdite.

Ci è data sempre la possibilità, beati noi se ne sappiamo cogliere l’occasione, di comprenderne l’opportunità: non avremo rimpianti quando il tempo dietro di noi aumenterà… e noi saremo “giovani da tanto tempo”.

Rimpiangere il tempo passato è caratteristica degli anziani, ma quando lo diventa anche per le scelte non fatte, per convenzione, per timore del giudizio, quando diventa nostalgia delle opportunità che non si sono colte, allora aggiunge amarezza che a volte inquina le relazioni e affatica la parte finale della vita.

Auguriamoci di essere “compagni di cammino” che l’un l’altro si ricordano l’importanza di “cogliere il tempo” così come suggerisce il Qoelet[1]:

“Per ogni cosa c'è il suo momento,
il suo tempo per ogni faccenda sotto il cielo.
C'è un tempo per nascere e un tempo per morire,
un tempo per piantare e un tempo per sradicare le piante.
Un tempo per stare male e un tempo per guarire,
un tempo per demolire e un tempo per costruire.
Un tempo per piangere e un tempo per ridere,
un tempo per gemere e un tempo per ballare.
Un tempo per gettare sassi e un tempo per raccoglierli,
un tempo per abbracciare e un tempo per astenersi dagli abbracci.
Un tempo per cercare e un tempo per perdere,
un tempo per serbare e un tempo per buttar via.
Un tempo per stracciare e un tempo per cucire,
un tempo per tacere e un tempo per parlare…”
 
E come esprime bene una delle poesie che il prof. John Keating, Robin Williams, legge ai suoi studenti nel film “L’attimo fuggente”[2]: 
 
“Andai nei boschi per vivere con saggezza,
vivere in profondità
e succhiare il midollo della vita,
per sbaragliare tutto ciò che non era vita
e non scoprire, in punto di morte, che non ero vissuto”
 
Non c’è alcun negozio in cui comprarla, per questo auguriamoci una vita alla ricerca attenta della veste in cui sentirci bene, disposti continuamente a rinnovarla!

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[1] Qoelet o Ecclesiaste 3, 1-7… con una leggera personalizzazione
[2] Da “Walden, vita nei boschi” di H. D. Thoreau





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