UN’ENTUSIASMANTE CAPRIOLA

L’urgenza di una maestra
Non credo sia più il tempo di tergiversare, è urgente una capriola che ci riporti con i piedi per terra e ri-orienti il nostro sguardo. Stiamo procedendo tra le macerie di un terremoto che ancora non ha cessato di far tremare cuori e alberi. Piccoli tentativi di ricostruzione sono in atto, ma l'urgenza è grande, e il sollecito ad agire ci viene dagli eventi che sono sotto i nostri occhi.
Non è solo questione di immagine di un'istituzione nata in funzione di bisogni, c’è molto di più in gioco. C’è la cura delle nuove generazioni, la costruzione della loro persona, responsabilità della famiglia sostenuta dal contesto sociale dove si colloca.
Ed è alla scuola, primo spazio sociale successivo all’esperienza familiare, che la società affida la parte di compito di cura che le compete. Una scuola nata per dare istruzioni, ma anche per formare i cittadini, che rischia di essere messa fuori gioco per le scelte fatte e non fatte in questi anni da chi la gestisce, ma anche da parte di chi resta legato da “un abbiamo fatto sempre così... c’è un programma da svolgere… ci pagano poco... nelle classi, sezioni, ci sono troppi bambini/e con problemi, troppi stranieri”. È in parte vero tutto ciò, ma fermarsi qui non produce altro che frustrazione, demotivazione, sconforto, solitudine, voglia di lasciare la nave prima possibile.
“Si è fatto sempre così” è timore di essere scomodati, di cambiare, ma pure avallo a non cambiare niente, a non considerare che Pierino del 2013 non è lo stesso Pierino dal 2018. Entrambi hanno 10 anni, entrambi sono in quinta, ma sono storie di esperienze differenti, e la quinta A del 2013 non è la quinta A del 2018.
“Abbiamo un programma da svolgere” è rinforzo ad un immobilismo, ad un pressapochismo, che non sostiene neppure noi nel dare senso a tutto ciò che facciamo. Le Indicazioni Nazionali 2012 aprono alla possibilità di scelta dei saperi essenziali alla personalizzazione dei percorsi, alla costruzione di una valutazione orientativa. La prima A ha interessi, competenze, bisogni diversi dalla prima B e gli apprendimenti non sono confrontabili. Le sentite pure voi due mamme che parlano tra loro? “La maestra di mio nipote è già ai romani... mentre la mia è ancora alla preistoria!”. “La mia, a Natale, è ancora ferma allo stampato… la figlia di un’amica è già al corsivo minuscolo!” La scelta di contenuti, modi e tempi, è affidata al team delle insegnanti, che la compiono in ascolto del gruppo o della sezione. Nessun parametro vale per tutti.
“Vuoi mettere le classi di una volta? Ora ci sono troppi BES, DHD, stranieri”... Certo, una volta era tutto migliore! Ma era proprio così? Siamo proprio certi che non ci fossero problemi? O piuttosto venivano messi da parte… lasciati alla persona che li aveva e doveva farsene carico?
“Sandro aveva 15 anni. Alto un metro e settanta, umiliato, adulto. I professori l’avevano giudicato un cretino. Volevano che ripetesse la prima per la terza volta.
Gianni aveva 14 anni. Svagato, allergico alla lettura. I professori l’avevano sentenziato un delinquente”. (don L. Milani, Lettera ad una professoressa)
Del resto il sentire della società era diverso: ancora non si parlava di inserimento, di integrazione e di inclusione. Oltre tutto ciò, oggi riconosciamo a tutti il diritto di realizzarsi al meglio delle proprie possibilità.
“Insegnando imparavo tante cose. Per esempio ho imparato che il problema degli altri è eguale al mio. Sortirne tutti insieme è la politica. Sortirne da soli è l’avarizia” (don L. Milani, Lettera ad una professoressa).
Mi piace riportare il detto “Fare gli gnocchi con le patate che si hanno!”. È vero, quando c'erano le patate di mio nonno gli gnocchi erano più buoni, ma o mi adatto al sapore degli gnocchi fatti con le patate di oggi, o non mangio più gnocchi. O accetto di lavorare con i Pierini di oggi, o me ne vado dalla scuola, perché i Pierini di ieri non torneranno più, del resto pure io non sono la maestra di ieri.
“Siamo pagati e pagate poco”, ed è pure vero, per la responsabilità che ci viene richiesta e ci assumiamo! Ma avremmo molta più motivazione, spinta alla ricerca di vie nuove e più rispondenti e dialoganti con i ragazzi e le ragazze di oggi, se ci pagassero di più? Precisato che l'impegno e la ricerca vanno riconosciuti, anche economicamente, direi che l'entusiasmo dello stare con bambini e bambine, con ragazzi e ragazze, dobbiamo acquisirlo altrove. Non mi piace dire o ce l'hai o non ce l'hai, perché credo che in ogni momento della nostra vita lo possiamo ritrovare. Lo riceviamo in dono alla nascita, l'entusiasmo del conoscere, dello scoprire, dello sperimentare, del provare e riprovare... ma qualcosa pare interromperne il flusso. È qualcosa che riguarda la nostra persona, prima ancora della nostra professione, poiché non possiamo essere entusiasti con gli altri, se non lo siamo con noi stessi, il gioco delle parti e dei ruoli non regge, pena una schizofrenia, un dualismo che è ambiguità.
 
La capriola che auguro alla scuola, chiede alle persone che ogni giorno vi entrano di essere capaci di agirne una nella propria vita, altrimenti resta una semplice operazione di facciata, puramente estetica. E i ragazzi e le ragazze “leggono” le nostre incertezze, la nostra ambiguità avvertono quando c'è passione, c'è feeling, c’è messa in gioco; quando c'è un andare oltre al minimo contrattuale, quando c’è una vita che si gioca. Ne comprendono la verità della persona, l’essere modello credibile in cui riporre fiducia anche nel costruire la propria vita. Perché insegnare è molto di più che “insegnare”. È uscire diversi dalla relazione: l’io insegno a te ha come speculare il tu insegni a me. E nella scuola - laboratorio esistenziale, come nella vita, il confine tra chi insegna e chi è in-segnato (dal latino tardo insignare < in-signare = incidere, imprimere dei segni - sottinteso, nella mente) ha delle aperture che posso riconoscere solo se io adulto sono “presente” nelle ore che passo con i miei studenti e studentesse, sono con loro.
Altrimenti è solo tempo personale perso, quasi derubato alla loro e alla mia vita.





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