UN'INCONCEPIBILE IDEA

Giocare?!?! Ma non dirmi che è una cosa seria?!?

Impegno, concentrazione, esercizio, prove su prove… questo ci vuole per crescere! Alla scuola dell'infanzia è ancora forse accettabile, ma alla primaria e poi su, su, fino all'Università, no!

A 6 anni è finito il tempo di giocare, o meglio si gioca a comando: dalle 14:00 alle 15:00 o dalle 16:30 alle 17:30 e poi... poi le cose serie, i compiti, che meriterebbero un discorso a parte.

Vuoi giocare?! Sì, ma sotto custodia, in un rapporto uno a uno al parco, oppure al gruppo calcio o di danza, o in altro contesto comunque organizzato; oppure, in via eccezionale, a casa di un/a compagno/a con la presenza di una mamma… perché questo è il tempo del “non si sa mai… chissà che cosa potrebbe accadere… è meglio vigilare”.

Eh, sì perché quando si gioca si infrangono i limiti, si va oltre, per l'entusiasmo[1] che il gioco genera e che se è fatto insieme aumenta!

Entusiasmo che, secondo André Stern, è ciò che spinge il bambino e la bambina a non averne mai abbastanza, a riprenderlo da dove lo hanno lasciato, a inventare azioni sempre nuove dove osare.

Entusiasmo è energia che nasce con noi, che se la imbrigliano cerca altre vie per uscire e diventa irrequietezza, insofferenza stress.

Un esempio?!

Abbiamo due piedi che bramano il movimento e per ore li tratteniamo tra le sponde di un tavolino a scuola o in ufficio; abbiamo due mani per dare forma e le obblighiamo ad usare tre dita per reggere una penna o peggio ancora l'indice per far scorrere lo schermo e digitare; abbiamo una mente per pensare e la sottomettiamo alla pura ripetizione di dati o di un pensiero altrui; abbiamo la fantasia per volare in altri mondi possibili e la imbrigliamo nella clonazione delle produzioni e dei voli degli altri.

Diceva Janusz Korczak agli adulti:

“Voi mi dite: «Siamo stanchi di stare con i bambini».
Avete ragione. E dite ancora: «Perché dobbiamo abbassarci al loro livello.
Abbassarci, chinarci, piegarci, raggomitolarci»”.

Che sia qui la chiave del problema?! Per questo l’adulto accelera, se non annulla, il tempo dell’essere bambini chiedendo che siano grandi? Ha quindi scordato, cioè non è più accordato al suo essere bambino?  Ha dimenticato l'entusiasmo che caratterizza ogni mattina il risveglio, che prelude all'incontro con i compagni, con un tempo non controllato dagli adulti, a estati di sole in cui vivere avventure meravigliose?

Se un tempo l’infante era colui che non conosceva, l’ignorante a cui si doveva insegnare tutto, con Korczack diventa colui che ha qualcosa da dire all’adulto, perché, continua:

“Vi sbagliate, non questo ci affatica, ma il doverci arrampicare fino ai loro sentimenti.
Arrampicarci, allungarci, alzarci in punta di piedi, innalzarci.
Per non ferirli”.

E il chinarsi dell'adulto è un salire… con i bambini, perché il loro entusiasmo è contagioso, contaminante, crea crepe nella corazza di una adultità seriosa e, come esperto geologo, vi iniettano dosi massicce di entusiasmo… e il miracolo accade: l’adulto ricontatta il bambino che vaga in lui alla ricerca di sentieri per riemergere ancora e ancora, si riconnette con la sua parte genuina, le dà spazio, e alla fine… ti trovi a ridere di te stesso!

Non ritorni infante, ma scopri un modo diverso di essere bambino. Ritrovi quella capacità di vivere con leggerezza e fantasia ogni vicenda, anche gli impegni più seri come quello di essere genitore e insegnante.

Bambino e bambina e adulto si comunicano un sapere che l'adulto ha dimenticato e il bambino sta ancora vivendo: l'entusiasmo che aiuta a vivere e a dare un senso anche alla fatica.

Dichiarava una giovane collega di ritorno da una serie di laboratori sull'Arte del Fare:

Ho capito che come maestra a scuola mi devo divertire… per far divertire anche bambini e bambine che incontro ogni giorno”.

E sta proprio qui il segreto: l’entusiasmo è ciò che dà serietà a tutto il loro... il nostro fare.

Ricordi, Lisa D., quando, accompagnata dal tuo grande fratello, ti sei avventurata con noi maestre in un weekend a Caorle? Eri teneramente grande nei tuoi 4 anni, appena compiuti, quando, all'arrivo, disponevi con cura sul comodino il contenuto del tuo zaino, un corredo bastevole per una settimana di vacanza.

E tu, Lisa B., ricordi le risate nel silenzio della notte quando con L. tentavamo di evitare che qualcuno al mattino trovasse il letto bagnato e, accostati a Gianluca, l’abbiamo chiamato? Lui per risposta ha continuato il Tiri lallala della canzone che in pizzeria aveva attirato il gut dei tedeschi che passavano.

E ricordi, Michela? Era martedì grasso e quel mattino mi sono presentata come una Mami, “una maestra venuta dall'Africa”. Con noi quel giorno c'era pure la maestra bianca Cinzia M., una mitica direttrice, che stava al nostro gioco. Era bella la compresenza di una realtà che nel tempo si è poi realizzata, quella dell'incontro nella scuola di culture diverse. Come di consueto abbiamo percorso le vie del paese vestiti in maschera e davanti alla tua casa con orgoglio mi hai fatto entrare. Con il linguaggio tipico della comunicazione tra lingue diverse mi hai presentato alla tua mamma e ad ogni oggetto della tua casa, eri una ammirevole maestra di lingua e di vita

Lo consigliavo sempre alle tirocinanti in formazione per diventare maestre:

“Se in ciò che fate non vi divertite, meglio che cambiate lavoro: starete meglio voi e pure gli altri”.

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[1] Entusiasmo: dal greco EU= In + Theo=Dio, letteralmente “Dio dentro di sé”. Dice la mozioni interna che si esprime in vive manifestazioni di gioia, di eccitazione, di ammirazione, di interesse per un ideale.






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