Storia e curiosità sui campanili (Parte III)

Nel primo scritto di questa piccola serie ho ricordato come i campanili siano l’evoluzione delle antiche torri di guardia o avvistamento. Ma c’è stato un tempo a noi piuttosto vicino, in cui i campanili sono ridiventati, loro malgrado, sistemi di avvistamento difensivi ed offensivi.

Quest’anno è l’anno del Centenario: un secolo fa si concluse la Prima Guerra Mondiale. Da diversi mesi vengano pubblicati, su riviste e giornali, articoli sulla guerra, sugli armamenti, sugli uomini che ne hanno fatto la Storia. In questo mio scritto cercherò una prospettiva “diversa” per un piccolo viaggio-ricordo tra i campanili del Piave e la Grande Guerra.

Dopo la ritirata da Caporetto, una volta giunto al Piave, l’esercito italiano per contrastare l’avanzata dei nemici, prima di ingaggiare la battaglia di arresto, una delle tre battaglie del Piave, dovette provvedere alla distruzione di ponti e vie di comunicazione, ma anche di altre strutture come i campanili che sarebbero diventati altrettante torri di avvistamento. Per questo motivo vennero minati e demoliti dal genio diversi campanili come quelli di San Donà di Piave, di Ponte di Piave e di San Polo di Piave.

Durante la seconda battaglia del Piave, conosciuta come battaglia del Solstizio tra il 15 e il 23 giugno 1918, sarà il generale Boroevic al Comando delle armate austroungariche nella zona del medio basso Piave ad utilizzare il campanile del Duomo di Oderzo per valutare l’avanzamento del suo esercito tra le Grave di Papadopoli e Fagarè.

E sulle cause della morte di Francesco Baracca, noto aviatore dell’esercito italiano, potrebbe aver avuto un ruolo passivo il campanile di Nervesa della Battaglia, dove, secondo un’ipotesi, si era appostato un cecchino austriaco nei giorni in cui l’esercito imperiale aveva rotto la linea di difesa sul Piave nella zona del Montello.

Il campanile di Spresiano era uno dei campanili a ridosso della sponda destra del Piave ed era una costruzione strategica che veniva utilizzata dagli esploratori italiani per avere indicazioni fondamentali sul fronte e sui movimenti del nemico. Alto circa cinquanta metri veniva utilizzato anche per orientare e dirigere i tiri dell’artiglieria italiana sull’esercito imperiale che decise di distruggerlo. Dal diario di uno degli ufficiali Austro-Ungarici, Andreas Gessell-Payer: «I nostri colpi arrivavano sempre più vicino al campanile finché uno di questi lo centrò in pieno. Osservai col cannocchiale la profonda crepa formatasi lungo tutta la linea mediana del campanile dall’alto in basso. Sembrava colpito da un fulmine. Rimase immobile sino a quando non riprendemmo il cannoneggiamento. Poi, aprendosi in due cadde rovinosamente».

A Falzè di Piave, a Sernaglia, a Fontigo e non solo, i campanili dei paesi, punto di vedetta per l’esercito austriaco, vennero invece bersagliati dall’artiglieria italiana. L’angoscia dei nostri soldati era grande nel momento in cui i loro proiettili dovevano abbattere i campanili e potevano dare la morte anche ai loro connazionali civili rimasti sulla piana alla sinistra del Piave.  

I campanili del territorio non vennero risparmiati neppure durante la ritirata dell’esercito imperiale. Nell’autunno del 1918 vennero distrutti oltre ad altri anche i campanili di Visnà, di Vazzola, di Tezze di Piave, di Mareno di Piave.

All’indomani del 4 novembre 1918, l’armistizio e il successivo Bollettino della Vittoria posero fine alla Grande Guerra in Italia. Immagino che all’epoca non ci furono campanili nella zona del Piave che potessero con il loro suono lenire il dolore dei sopravvissuti. Mancavano i campanili. Mancavano le campane.

Oggi, percorrendo questi territori, possiamo guardare in alto e ricordare, davanti a strutture sorte meno di 100 anni fa, i nostri cari e il valore della pace.

Bello sarebbe se il prossimo 4 novembre tutti i campanili del territorio ricordassero con il suono delle loro campane tutte le persone che in quella guerra hanno sofferto.

[Immagine di copertina: Duomo di Oderzo]










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