Una vacanza breve e appagante. De.Co per vivere a pieno il territorio

Parte 1

Nel passato e ancora oggi il cibo ha avuto sempre un’importanza rilevante, tant’è che gli antichi e poi i greci ed i romani offrivano molteplici pietanze nelle varie ricorrenze in onore di qualche divinità o durante le cerimonie nuziali o i banchetti. Il cibo era ed è accoglienza, riconoscenza e dono.
Il cibo può essere consumato per piacere, abbinandolo ad una degustazione, o per costrizione, ovvero per necessità. Infatti, due sono le filosofie che ne caratterizzano il consumo: quella slow e quella fast.

Nel primo caso gli elementi basilari sono: lentezza, attenzione alle piccole cose, valorizzazione di tutti quegli aspetti che influenzano positivamente i nostri sensi, così che ognuno possa farsi permeare dall’azione che sta vivendo. Pensiamo, ad esempio, alla soddisfazione anche visiva di avvicinarci con la forchetta ad un assaggio di lasagna alla bolognese tiepida.

Nel secondo caso l’elemento centrale è la velocità, l’impazienza che porta a non valorizzare quanto si consuma, compreso il tempo ed il suo valore. L’icona di questo modo di vivere, riferita al cibo, sono i fast food e per altri aspetti la ricerca continua dell’ultimo modello di cellulare piuttosto che di computer, con l’illusione che questo sia l’unico modo corretto per essere sempre proiettati verso il futuro. Così facendo le persone non si rendono conto che stanno perdendo l’oggi. Mi ricorda molto il “Sabato del villaggio” di Leopardi: il sabato corre via nell’attesa del “dì di festa”, che, a sua volta, quando arriva, scivola via e non è vissuto appieno perché già proiettati all’indomani.

In Italia il cibo è uno dei pilastri della cultura nazionale, uno dei motivi di vanto del Bel Paese. È sufficiente menzionare il Grana Padano, il Cotechino, gli Agrumi di Sicilia, perché ogni Italiano si senta co-autore di questi successi, anche se, professionalmente svolge un’attività che con le pietanze non ha niente a che fare. Il cibo, infatti, crea comunità, e può essere fonte di attrazione per altri

Diverse sono le tipologie di vacanza, ad esempio il turismo culturale, quello sportivo, quello slow e quello enogastronomico. Si pensi che il giro d’affari di quest’ultima forma turistica si aggira, in Italia, intorno agli 11 miliardi di euro[1].

A supporto del turismo enogastronomico e dei consumatori, in generale, l’Italia vanta come paese europeo il numero più elevato di certificazioni agroalimentari. Queste sono in continua evoluzione e aggiornamento, attualmente superano le 600 denominazioni per il settore dei vini protetti con marchi tipo DOCG, DOC, IGT, DOP, IGP e prossime ai 300 per i prodotti agroalimentari con marchi DOP, IGP, STG[2]. Per ogni denominazione sono stati organizzati disciplinari con regole e procedure da seguire. I marchi DOCG, DOC, IGT riguardano solamente i vini e si conservano in quanto facevano parte della normativa precedente, mentre, le restanti diciture più attuali, vengono concesse ad altri prodotti agroalimentari come ortaggi, formaggi, salumi e agli stessi vini. Va ricordato che la logica UE fa riferimento alle Denominazioni di Origine o alle Indicazioni Geografiche.

Prossimamente vedremo alcune specifiche sui marchi DOCG, DOC, IGT, DOP, IGP, DOP, IGP, STG e De.Co facendo emergere le loro peculiarità e le potenzialità per il territorio in cui si trovano.

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[1]Oriana Davini, “Turismo enogastronomico per l’Italia business da 11 miliardi di euro”, 26 ottobre 2015, in www.ttgitalia.com
[2] www.politicheagricole.it









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