Di allerta rossa e Vaia, del valore dei volontari e della prevenzione

Intervista al Comandante dei Vigili del Fuoco di Belluno

A oltre un anno dalla tempesta Vaia, che passerà alla storia per la violenza intensa, ci riceve nel suo ufficio il Comandante dei Vigili del Fuoco di Belluno, Girolamo Bentivoglio Fiandra, per un’intervista sullo stato attuale della gestione delle emergenze.

Buongiorno Comandante, molti cittadini vi vedono quando siete già operativi su uno scenario d’emergenza, ma c’è tutto un percorso preparatorio, che passa inosservato e invece permette la tempestività degli interventi, sconosciuto ai più. Soffermiamoci sugli eventi naturali: quando il Centro Funzionale Decentrato dirama un’allerta rossa, come si preparano le squadre?

In una situazione di allarme rosso c’è un allertamento delle sezioni operative nell’ambito della Regione: la Direzione Interregionale, che coordina i sette comandi provinciali del Veneto, automaticamente allerta le sezioni operative di ciascun Comando. Il dispositivo di soccorso rimane quello ordinario, ma al manifestarsi di criticità la direzione autorizza il richiamo di personale in servizio o, in certi casi, il raddoppio del personale in turno. Il dispositivo di soccorso di Belluno, nel nostro caso specifico, che consiste in una sede centrale più 5 distaccamenti permanenti, vede raddoppiare in automatico il proprio organico. Le faccio un esempio, un distaccamento tipo, quale Cortina o Feltre, dove operano cinque unità, una squadra, in caso di necessità operativa in emergenza diventa di dieci. Non si tratta di figure in reperibilità; la procedura viene attivata al cambio del turno, alle 8 del mattino o alle 20, quando il personale che deve smontare viene fermato. Invece in sede centrale abbiamo una forza minima operativa di 12 unità e in quel caso diventano 24.

Siete reduci da un fine settimana di allerta rossa (novembre 2019) che ha riportato alla mente le ore terribili di Vaia (ottobre 2018). Tornando a quella tempesta, che ha segnato indelebilmente il nostro territorio, come è andata dal suo punto di vista?

Vaia è attuale, considerato che con l’allerta rossa di Novembre 2019 si temeva una replica. Tornando a quelle ore, il 28 e 29 ottobre 2018 era già stata lanciata l’allerta rossa, ma il richiamo di personale di turno libero e il successivo raddoppio del turno è avvenuto il 30, quando la tempesta si è manifestata in concreto, su autorizzazione della Direzione. Mi creda, non c’è nemmeno bisogno di chiamare in certi casi, nel momento in cui la situazione inizia ad aggravarsi i Vigili del Fuoco si presentano spontaneamente in caserma.

Qual è stato il ruolo dei volontari in quella occasione?

A Belluno la prima fase dell’emergenza è stata affrontata proprio dai volontari dei Vigili del Fuoco. Il Comando di Belluno è, probabilmente a livello nazionale, tra quelli con più distaccamenti di volontari dislocati nel territorio, per l’esattezza sono ventuno, distribuiti uniformemente. È una sorta di tradizione e cultura dell’autoprotezione che caratterizza gli ambienti montani. Sono pronti sempre a partire nei primi momenti. In quella situazione specifica, in cui molte strade sono state interrotte per la caduta di alberi, loro hanno portato il primo soccorso in zone che altrimenti non sarebbero state raggiunte prima di qualche ora perché c’era la necessità di tagliare gli alberi e liberare le strade. Loro sono stati primi a dare conforto, sia tecnico sia psicologico, alla popolazione rimasta isolata.

Come viene organizzato il loro coinvolgimento?

La formazione dei volontari viene gestita da noi e anche l’attivazione dalla Sala Operativa del Comando provinciale. Sono a tutti gli effetti Vigili del Fuoco quando vengono chiamati per integrare il dispositivo di soccorso provinciale. Ci sono distaccamenti che danno l’operatività e distaccamenti che danno il supporto. Cambia che, nel primo caso, in pochissimi minuti sono pronti a partire, nel secondo caso hanno più tempo per integrare la squadra dei permanenti. Nei fine settimana sono quasi tutti operativi; è tutta gente che lavora e ha una propria vita privata, personale e lavorativa, e ha questa passione. È un valore aggiunto, pensi che sono 450 volontari a fronte di 250 professionisti.

Siamo in un’epoca di cambiamenti climatici, vi accorgete della maggiore frequenza o di un’evoluzione della natura dei vostri interventi? La cultura della prevenzione, in tal senso, a che punto è?

Ho notato che in questi ultimi anni il numero di interventi effettuati dal Comando di Belluno, senza classificarli, mediamente sta crescendo. Allora faccio una riflessione: se crescono i numeri di interventi, se si passa in emergenza, come ogni volta in cui viene richiesto il nostro intervento, piccolo o grande che sia, vuol dire che la fase precedente, quella della prevenzione non ha ancora la giusta attenzione che merita. Quando parlo di prevenzione mi riferisco sia all’attività prevista in materia di protezione civile, nell’ambito delle fasi previste dal Codice (previsione, prevenzione, emergenza e superamento della stessa), ma anche alla prevenzione incendi, altra materia che ci compete. Con l’entrata in vigore della SCIA (Segnalazione Certificata di Inizio Attività) antincendio, conseguenza di una necessaria semplificazione amministrativa, oggi qualsiasi attività può esercire sullo scorta di asseverazioni e certificazioni da presentare contestualmente alla SCIA; il Comando dei i Vigili del Fuoco, a posteriori, a campione o d’ufficio, con le modalità e nei tempi previsti dalla legislazione vigente, effettua verifiche finalizzate ad accertare se quanto segnalato e certificato è conforme alla realtà e alle norme di prevenzione incendi; purtroppo non è possibile effettuare un controllo capillare e quindi ci sono alcune realtà che non saranno verificate. Altra riflessione merita la formazione antincendio prevista dal D.Lgs. 81/08; tale decreto consente che la formazione possa essere effettuata, oltre che dai Vigili del Fuoco, da altri soggetti che abbiano determinati titoli professionali e esperienza nel settore. Noto, ahimè con rammarico, che, in sede di esami per il rilascio dell’attestato di idoneità tecnica, obbligatorio in alcune realtà affinché i lavoratori possano svolgere la mansione di addetto antincendio, la preparazione degli stessi lavoratori esaminandi, in alcuni casi, lascia a desidera. Con questo non intendo assolutamente puntare il dito contro qualcuno, ma una cosa è certa e cioè che, ancora oggi, a distanza di 15 anni dall’entrata in vigore della vecchia 626/94, tanto viene fatto perché c’è un obbligo di legge, non perché ci si crede. Il problema fondamentale è che ci vuole un cambio culturale in Italia, a tutti i livelli; tanto è stato fatto ma tanto resta da fare affinché rimangano vivi quell’attenzione, quell’interesse necessari e doverosi per la sicurezza e, quindi, il rispetto di sé stesso e degli altri.

Sono parole che richiamano alla responsabilità di ciascun cittadino, parole che trasmettono l’urgenza di questo cambio culturale a partire da piccole azioni quotidiane di auto protezione che ciascuno di noi deve fare, in un’ottica di tutela della comunità stessa in cui si è inseriti e di quella res publica che dovrebbe stare a cuore a tutti noi, ma troppo spesso diventa capro espiatorio di colpe innanzitutto strettamente personali.






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