Finestre sulla Calpena

Villa Gera - Amadio - Maresio, lungo l'itinerario Unesco di San Vendemiano
Dai Gai di San Vendemiano (TV), seguendo la pista ciclabile lungo il torrente Cervada si raggiunge il percorso ad anello della Calpena.
La prima citazione documentata della località Calpena è del 1518 e descrive la zona come “campi paludosi e da pascolo”.
Ai confini tra il territorio di San Vendemiano e Conegliano, in questa zona agricola e collinare, si eleva tra i vigneti di Prosecco una suggestiva settecentesca villa, davanti alla collina di Ogliano: è Villa Gera - Amadio - Maresio ora di proprietà dei Dalla Libera.
Accanto a un panchina, fermo il tempo e il paesaggio dentro una foto da inviare.
 
La villa fu costruita nel XVII secolo, ma sorge su rovine medioevali, e fu dimora di numerose famiglie nobili della zona: i Gera, gli Amadio e i Maresio. Questi ultimi la acquistarono quando il padre era chirurgo presso l’Ospedale di Conegliano, lasciandola poi in eredità ai figli.
L’edificio è su tre piani con la parte centrale sopraelevata terminante con un timpano dentellato. Le due facciate sono uguali e simmetriche, aperte, nella parte centrale, da tre portali che corrispondono al piano nobile, mentre al secondo livello si trovano due trifore a tutto sesto con mascherone a chiave. Le due ali della facciata presentano una coppia di finestre rettangolari ai due piani mentre nel sottotetto vediamo due coppie di finestrelle ovali.
 
Durante la Prima Guerra Mondiale, per un certo periodo, la villa subì l’occupazione degli austriaci. La soffitta, oltre a granaio, sembra che a quel tempo fosse adibita a prigione. Nel corso della Seconda Guerra Mondiale, soventi furono le visite dentro l’edificio da parte dei militari tedeschi insospettiti dal frequente andare e venire di persone; determinante è stato il ruolo della crocerossina Vincenza Arrigoni, madre di Giuseppe Maresio, che qui salvò la vita di molte persone.
Negli anni a seguire, diverse famiglie di mezzadri hanno lavorato i terreni della Calpena, coltivando mais, frumento, vite, erba medica e alberi da frutto. Sul pendio, rivolto verso la località Menarè, vi era un grande bosco attraversato da dei sentieri. La villa era sicuramente un punto d’attrazione, d’interesse e frequentazione per le persone della zona che amavano visitare i giardini, la fontana con i pesci, le varie specie di volatili e gli animali, quali conigli, oche, tortore, colombe e pavoni.
 
Curiosa la denominazione che la villa acquisì nel tempo, “Palazzo delle anime”, dovuta ad una leggenda locale secondo la quale vi visse una cortigiana che, una volta stancatasi dei giovani amanti, li gettava nei sotterranei attraverso una botola di cui è ancora visibile il segno sul lato destro della villa, dentro a uno stanzone adibito a scuderia. Gli uomini morivano trafitti da lame e i loro corpi sparivano portati via dalle acque sottostanti. Esistono anche le tracce di un cunicolo sotterraneo che collegava l’edificio ad una cappella privata. Secondo la leggenda, i lamenti e le grida delle anime imprigionate lì sotto si sentono ancora uscire dai muri della villa.
Si dice ancora che i rumori che di notte si sentivano all’esterno nel periodo in cui la villa fu dismessa fossero da attribuire alla presenza, all’interno, di qualcuno che forgiava e coniava monete false.
Quel che è certo è che queste leggende ebbero l’effetto di tenere lontani i curiosi per molto tempo e preservare ancora la villa in un’aura di mistero.
 

Sui colli circostanti, possiamo intravedere le “amiche” Villa Lippomano, Villa Paccagnella, Villa Giustinian e, percorrendo un breve tratto in salita, l’Oratorio della Santissima Trinità; siamo veramente in bella compagnia.

(continua…)






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