LA PIAVE. MADRE

Una narrazione per immagini sul fiume caro alla Patria che più di ogni altro rappresenta il nostro Veneto.

Duecentotrenta chilometri di fiume, dalla sorgente alla foce, senza contare la risalita lungo i rami dei maggiori affluenti di destra e di sinistra, la circumnavigazione delle catene montuose e la divagazione lagunare. Un viaggio che si fa immagine, incontro e racconto di un fiume che, da sempre, partecipa alla vita del Veneto e dei suoi abitanti con il dono più essenziale che esista: l’acqua.

Tranquillo Cortiana, fotografo vicentino, insieme alla padovana Chiara Rampazzo, laureata in teologia e appassionata di natura e di scrittura, firmano il volume La Piave. Madre” edito da Cierre Grafica: una narrazione sul fiume caro alla Patria, scritto con la luce, ascoltato con il cuore.

Come le cose più belle, genuine, autentiche, anche questo libro nasce un po’ per caso: «Cinque anni fa, mentre stavo lavorando al progetto editoriale sulle piazze del Veneto con Pier Paolo Magalotti (“Piazze. Luci, arte e poesia nei salotti del Veneto”, Cierre Grafica) – racconta Tranquillo Cortiana – mi ritrovai a Santo Stefano di Cadore accanto al cartello segnaletico Fiume Piave. Ma come? Pensai. Un torrentello? Sembrava così strano che fosse lo stesso fiume che in pianura si allarga, è enorme, straripa, diventa incontrollabile. Lassù appariva così mite e indifeso. C’era la neve, quel giorno, e l’inquadratura era da sfruttare. Un’immagine da custodire insieme allo stupore e alla domanda circa l’origine di questo straordinario fiume. Nel corso degli ultimi anni sono stati altri gli indizi che mi hanno portato a concentrarmi sull’idea di un progetto interamente dedicato al fiume Piave, come il fermento per renderlo patrimonio dell’Unesco e le celebrazioni per l’anniversario della Grande Guerra, che lo vide protagonista di scontri e battaglie in cui migliaia di giovani soldati, italiani e tedeschi indistintamente, persero la vita».

Cortiana fa entrare subito nel progetto il cuore e la penna di Chiara Rampazzo: «Conoscevo Chiara, sapevo del suo segreto piacere di scrivere quanto la natura continua intimamente a confidarci, riuscendo a cogliere e ad esprimere emozioni, sentimenti, suggestioni. Perciò due anni fa, ad aprile, le propongo di vivere un weekend “campione” lungo il corso del fiume Piave, andando in bicicletta e a piedi alla foce, a Cortellazzo, fra Eraclea e Jesolo, e poi su in montagna fino alla fonte, per verificare i luoghi che sarebbero stati oggetto del nostro lavoro».

Da quel momento il progetto editoriale si sviluppa, di fatto, come un viaggio, durato diciotto mesi: «Il viaggio si è delineato strada facendo – racconta Chiara –. L’idea era di seguire questo fiume e documentarne la realtà. Una volta partiti, però, ci siamo trovati davanti ad una realtà molto più grande, molto più ricca, molto più stupefacente di quella che avevamo immaginato, e anche sconosciuta per certi versi, perché gran parte dei luoghi che abbiamo raggiunto li abbiamo conosciuti proprio percorrendo il corso del fiume, soprattutto grazie alle persone che abbiamo incontrato e agli abitanti dei luoghi: sono stati loro a darci molte indicazioni fortunate. Durante il percorso, inoltre, ci siamo resi contro che era praticamente impossibile seguire solo la Piave e non inseguire anche i suoi affluenti, i quali creano ambientazioni suggestive e sono ricettacolo di storie molto interessanti che fanno sicuramente parte del patrimonio culturale e urbanistico nonché naturalistico del Veneto. Questa cosa ci ha affascinato sempre di più, e ci siamo accorti solo alla fine di avere fatto proprio un bellissimo viaggio».

Serve la luce giusta per cogliere la meraviglia. Servono momenti particolari: l’aurora, il tramonto, la pioggia, la neve, una notte stellata… Per questo Tranquillo Cortiana ha percorso il fiume dalla sorgente alla foce e dalla foce alla sorgente più volte, «con l’occhio dentro l’obiettivo a cercare la luce con cui scrivere sensazioni ed emozioni». Non è solo questione di prospettiva ma anche di istinto, che guida la ricerca. Intanto Chiara dava voce a quella luce, «con l’orecchio dentro il mondo attorno» in silenzioso ascolto. Un fotografo e una scrittrice che lavorano insieme… «Questa è stata l’intuizione più arguita e anche più bella di Tranquillo: è stata proprio sua la volontà di fare in modo che le immagini fossero affiancate da testi che avevano vissuto quelle immagini. Non voleva che i testi fossero presi da altre fonti e realizzati sono guardando l’immagine. I testi dovevano parlare, dire, raccontare la vita dell’immagine. Per questo il viaggio l’abbiamo fatto insieme. Lui scattava le immagini e io nello stesso momento, nello stesso contesto, mi lasciavo ispirare dai rumori, dagli odori, dalle voci che sentivo, dai colori che vedevo, dalle storie che ascoltavo... Lui era attento alla frequenza della luce e io alla frequenza della vita che quella luce produceva sempre intorno all’acqua, grazie all’acqua». 

La Piave è un universo naturale, storico e antropico – come sottolinea Michele Zanetti che ha curato l’introduzione del libro – quindi fatto di paesaggi, storie e volti. «L’aspetto più avvincente del nostro viaggio è stato sicuramente il contatto con le persone e con le loro storie. Abbiamo conosciuto, per esempio, Leo Baldovin della centrale elettrica di Lozzo di Cadore. Quando gli abbiamo chiesto come avremmo potuto contattarlo, lui ci ha risposto: “Beh, basta che chiedete di Leo”. Essendo la sua centrale l’unica a distribuire energia elettrica a tutto il paese, tutti lo conoscono. Anche perché dalla sua storia apprendiamo che lui va di casa in casa a raccogliere i soldi delle bollette e a fare assistenza, quindi c’è un rapporto strettissimo tra territorio, società di utenze e abitanti, cosa che per noi, che viviamo in città, è un po’ difficile da immaginare».

Nel libro, la Piave si racconta in prima persona, nel suo fluire di immagini e suggestioni… «Tranquillo mi ha lasciata libera di usare lo stile che mi è più congeniale, in questo senso mi sono sentita proprio di far parlare la Piave, perché in tante situazioni, in tanti contesti, sembrava veramente che questo fiume parlasse o volesse dire qualcosa. E come parla a me potrebbe parlare a tutti gli altri. Quindi perché dovrei essere io a raccontare la Piave, quando è la Piave che si può raccontare. Questa è la ragione della prima persona nel libro. Poi al di là di quello che una visita veloce, disattenta può lasciare, credo una visita più disposta all’ascolto abbia ancora tanto tanto da rivelare. Quando la realtà ti sorprende con luci, colori e i movimenti, man mano che ci rimani e prendi confidenza, hai proprio la sensazione di sentire quel luogo come qualcosa che ti appartiene e tu appartieni a quel luogo, c’è un movimento che è condiviso. Non ci siamo mai voluti addentrare nelle questioni tecniche, a noi piaceva semplicemente mostrare le cose belle che chiunque può vedere, può incontrare. Un fiume alla portata di tutti, come lo è stato per noi».

L’acqua, posta al centro di quest’avventura, mostra una relazione uomo-natura dove le forze in gioco sono potenti e, al contempo, effimere e delicate: carattere muliebre, già annunciato nel titolo “La Piave. Madre”. «Abbiamo fatto questa preferenza al femminile perché quando l’abbiamo sentita chiamare così la prima volta eravamo dalle parti di Sappada, e avevamo intuito che, pur nella stranezza, era il nome giusto, c’era un valore aggiunto in questa femminilità. Dopo qualche mese, vedendo tutte le cose a cui il fiume ha dato vita e che continua a nutrire, a me è venuta proprio in mente l’immagine della madre. Abbiamo riconosciuto quanto nei secoli il fiume abbia permesso la vita lungo le sue sponde donando acqua fertile per l’agricoltura, energia elettrica, minerali da costruzione, ma anche configurandosi come eccezionale via di comunicazione. Pur nella sua devastazione, Vaia ha dato l’idea di cosa dovesse essere in passato il Piave. Tranquillo è stato lì proprio nei giorni della piena e ha documentato un fiume completamente diverso da quello al quale si è abituati. Quando siamo tornati dopo Vaia, il territorio non era più come l’avevamo visto l’estate prima, certe zone non le abbiamo neanche più riconosciute. Queste trasformazioni hanno suscitato in noi un certo effetto soprattutto considerando la vita che intercorre grazie a questo fiume, a causa di questo fiume e con il fiume stesso. In questi diciotto mesi insieme lo abbiamo conosciuto con gli occhi dei neofiti e la scoperta per noi è stata straordinaria. Quello che il fiume crea sembra proprio quello che una madre crea. Nonostante tutto. Nonostante oggi sia evidente che la sua portata sta diminuendo, l’acqua continua a fare l’acqua. Quando in primavera ti accosti a certi giardini che vedi rigogliosi e fioriti, t’imbatti nella meraviglia: nonostante l’acqua sia poca, essa continua comunque a produrre vita».

(da QualBuonVento n°9 | sett.-dic. 2020)






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