La memoria nazionale si fa eterna bellezza nelle sale del Pedrocchi

A Padova esiste una realtà architettonica di superlativa bellezza. Ci troviamo tra l'austera facciata del palazzo del Bo e la svettante mole del municipio, quando davanti a noi si presenta l'eclettica grazia dell'edificio noto come "Caffè Pedrocchi". Si tratta dell'indiscusso capolavoro di Giuseppe Jappelli, architetto italiano tra i più rappresentativi della prima metà dell'Ottocento in ambito neoclassico. Eppure, la facciata verso la quale più spesso si guarda è quella dominata dalle linee del cosiddetto "Pedrocchino", fatte di candide bifore lobate e di svettanti guglie neogotiche: un'integrazione successiva alla prima fabbrica che, in una fortunata alchimia di stili, ha saputo rendere inconfondibile questo punto della città veneta.

Al di là del caffè e della facciata che dà sul Bo, a interessarci qui è la facciata originaria, quella rigorosamente classica dominata da scenografici colonnati di elegante candore. Dalla loggia di destra si ha accesso a uno scalone monumentale che porta al piano superiore, dove ci accoglie una grande nicchia coronata da una leggiadra danza di Muse. Da qui si entra nel museo del Risorgimento e dell'Età contemporanea, dove è possibile rivivere nel loro autentico splendore i giochi di specchi e gli elementi decorativi d'epoca, per poi proseguire – attraverso una deliziosa saletta gotica – all'interno delle stanze allestite con documenti e oggetti che ci raccontano la storia d'Italia, dal congresso di Vienna fino al ventennio fascista.

Al di là dell'emozione che può suscitare in qualche nostalgico come me una firma autografa di Garibaldi o un tricolore risalente alle origini della nostra nazione, l'incontro che funziona particolarmente è quello tra la visita di un'architettura imperdibile e la possibilità di calarsi nel vivo delle origini della nostra identità. La prima saletta – un ottagono fatto di giochi di specchi, con una parete affrescata dal bellunese De Min – è solo un assaggio dell'esperienza pienamente classica della minuscola sala romana: qui le vedute della Roma imperiale completano un nuovo girotondo di rispecchiamenti di luci e ombre, che prelude alle stanze più luminose del piano. Di queste, la più spettacolare è la sala Rossini: dedicata al genio della musica («A Gioachino Rossini splendore e forza del canto italiano», recita una scritta sul muro) è una vera e propria stanza da ballo. Da qui, attraverso la sala egiziana o quella moresca – da un vano della quale ci spia a grandezza naturale un arabo dipinto da De Min – si può accedere alla loggia esterna che, con le sue alte colonne corinzie, domina piazzetta Cappellato Pedrocchi: per guardare dall'alto il moto formicolante del cuore di Padova e riprendere fiato dopo avere attraversato, in poche manciate di minuti, interi millenni di storia architettonica del Mediterraneo e 150 anni di storia politica della nostra nazione!






ABOUT AUTORE

Paolo Steffan

Laureato in Filologia e letteratura italiana all'università di Venezia, è poeta e saggista. Tra le sue pubblicazioni: Un «giardino di crode disperse». Uno studio di Addio a Ligonàs di Andrea Zanzotto (Aracne 2012, prefazione di Ricciarda Ricorda) e Inte 'l color mat del nòstro tenp / IX sonetti veneti (in «Smerilliana» n. 18, 2016, con una nota critica di Fabio Franzin). Disegna, dipinge e da anni studia e fotografa i paesaggi del Nordest.





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