RUCKER SANVE: IL BASKET NEL CUORE

INTERVISTA AL PRESIDENTE ANTONIO GUBERTI

- Ci racconti un po’, per rapidi accenni, la squadra: dalle origini fino alla promozione in serie B…

Cinque anni fa è nata la Rucker Sanve, ma non si è certo trattato dell’anno zero, perché la storia e l’esperienza di società come il Basket San Vendemiano e la Rucker Vazzola parlavano già da sole. La collaborazione tra diverse realtà sportive della zona non è stata fine a se stessa, ma si è realizzata per porre delle solide basi al raggiungimento di obiettivi ambiziosi. Il progetto ha visto la luce grazie al grande lavoro di mediazione svolto tra le parti e alla passione per il basket di tante persone, che si sono prodigate per la nascita di questa nuova realtà cestistica. Questo nuovo progetto sportivo già guardava lontano, ma ovviamente con degli obiettivi nell’immediato: primo, far aumentare il più possibile il numero dei praticanti, ma soprattutto dar loro la possibilità di crescere tecnicamente in modo omogeneo grazie ad uno staff tecnico. La società ha scelto di non fare selezione ma, al contrario, con la creazione di più squadre per ogni categoria, ha cercato fin dall’inizio di dare a tutti i ragazzi l’opportunità di esprimersi in gruppi il più possibile omogenei e in campionati adatti al loro livello di preparazione. L’idea è quella di non lasciare indietro nessuno o comunque di perdere per strada il minor numero possibile di giovani. In questo modo la RuckerSanve svolge un compito socialmente utile: in un mondo in cui le distrazioni pericolose per i giovani sono dietro ogni angolo, non è sufficiente dar loro la possibilità di passare le ore libere in gruppo e all’interno di un palazzetto, ma bisogna cercare di far nascere in loro la passione per uno sport, dando anche delle motivazioni. Per questo è importante fare in modo che ognuno possa esprimere, in modo sano, lo spirito competitivo; però, il livello della competizione deve essere adeguato al livello di capacità dei singoli, altrimenti si rischia la disaffezione e l’abbandono.

Per quanto riguarda la prima squadra il cammino in questi 5 anni è stato caratterizzato da una crescita costante, sempre nel campionato di serie C, rinominato DNC e poi C Gold. Il primo anno abbiamo sofferto e ci siamo salvati solo all’ultima giornata di campionato ma nei campionati successivi i risultati sono decisamente migliorati: nella stagione 2014/2015 abbiamo sfiorato la partecipazione alla Coppa Italia di categoria e ci siamo qualificati per la fase interregionale, giocandoci fino all’ultimo la possibilità di accedere alle promozione in B. Abbiamo rimandato il tutto alla stagione successiva, con il risultato che tutti sappiamo.

- Quando si è trovato a dover formare la squadra di serie B, come ha orientato le sue scelte?

Mi sono confrontato con il general manager Michele Gherardini  e l'allenatore e, attorno ad un tavolo, abbiamo tracciato la strada da percorrere. Anzitutto ci siamo trovati d’accordo su un’idea di progetto che non doveva guardare a risultati immediati ma porre in primo piano l’interesse della pallacanestro e dei suoi attori. Alla luce di queste premesse abbiamo deciso di puntare sui giovani ma, considerato il livello fisico e tecnico di un campionato nazionale come la serie B, dovevamo trovare ragazzi talentuosi e possibilmente del nostro territorio che potessero beneficiare di questa opportunità per crescere e, in prospettiva, spiccare il volo. Da questa idea sono iniziati i primi contatti con la Benetton Treviso e, in breve, in modo molto naturale, è nata la collaborazione. Loro avevano un gruppo di atleti annata ’98 di ottimo livello, con alcuni elementi già da tempo nel giro delle nazionali giovanili, per cui è sembrata subito evidente l’unità d’intenti. Tra le società c’è stata subito sintonia sul progetto per cui abbiamo iniziato ad elaborare lo stesso: era chiaro che non potevamo mandare allo sbaraglio giovani, seppur di qualità, per competere in un campionato nazionale come la serie B: sarebbe stato controproducente per tutti. Avevamo bisogno di solide fondamenta con un gruppo di atleti con esperienza nel quale inserire giovani di prospettiva, con carattere e voglia di far bene: queste erano le nostre intenzioni e così è stato. È una affermazione della quale siamo molto convinti e confidiamo sul fatto che, nel tempo, i risultati ci daranno ragione.

- Come presidente, ha avvertito il cambiamento nel passaggio in serie B a livello di investimenti, carico di responsabilità, coinvolgimento della società e della gente? Si sente sostenuto?

L’intera organizzazione societaria, me compreso, ha avvertito subito il cambiamento connesso al passaggio di categoria. Il primo giorno di raduno ha rappresentato veramente un nuovo inizio: non siamo certo una società sportiva alle prime armi e la storia e l’esperienza alle spalle parlano da sole, ma la Rucker Sanve affronta per la prima volta il campionato Nazionale di serie B ed è tutta un’altra storia rispetto a quanto vissuto in passato. E non stiamo parlando solo del livello tecnico della competizione in sé ma anche di tutto quello che gravita attorno ad un campionato nazionale, dalle strutture sportive alle problematiche di tipo organizzativo: l’asticella si è alzata. Le capacità non mancano ma tutto l’ambiente dovrà dare il massimo per onorare, non solo sportivamente, quanto guadagnato sul campo nella stagione scorsa.

- Il fatto che voi, come società, investiate sui giovani, valorizzando il vivaio locale, può motivare i ragazzi delle squadre giovanili, e, più in generale, tutti coloro che si apprestano a praticare questo sport. È anche un modo per canalizzare i giovani in un ambiente sano…

L’anima di tutte le società che si rispettino è il minibasket: tutto comincia da qui, dai tanti ragazzini che sgambettano e si divertono come matti su un campo da basket. Crescono imparando a stare in gruppo, a capire il significato di squadra e di conseguenza ad accettare le regole che questo comporta. Sta poi nelle capacità degli allenatori farli appassionare al basket e fare in modo che rimangano nell’ambiente per tutta la vita: prima come giocatori e poi magari come allenatori, dirigenti o arbitri, o comunque seguano sempre questo bellissimo sport come tifosi corretti. Tutto parte dall’importante lavoro di reclutamento svolto all’interno delle scuole: è fondamentale che persone preparate e adatte allo scopo riescano a spiegare e soprattutto ad invogliare i ragazzini a provare. Arrivati in palestra e toccati i primi palloni, ci penserà poi l’unicità e la bellezza di questo gioco a fare il resto. Nel corso degli anni sarà compito dello staff tecnico e della dirigenza offrire gli stimoli giusti, dando la possibilità a tutti di crescere e di esprimere le loro potenzialità: evidentemente non tutti riusciranno ad emergere, ma chi lo farà avrà la possibilità di continuare a migliorarsi dando il suo contributo alla prima squadra, aiutando a realizzare quello che è sostanzialmente il fine ultimo della società Rucker Sanve: creare un vivaio forte e importante, dal quale poter attingere giocatori per la prima squadra dando così continuità al progetto sportivo con un gruppo sempre più rappresentativo del territorio e cercando di rendere più competitiva la stessa prima squadra. È chiaro che questo permetterà, almeno sulla carta, di puntare in futuro a traguardi sempre più ambiziosi.

- Oltre a uno sano spirito agonistico, quali valori si mettono in campo giocando?

Sin dall’inizio il progetto RUCKER ha lo scopo di educare i giovani e farli crescere nella pratica sportiva della pallacanestro secondo l’esempio dell’educatore e dirigente sportivo statunitense Holcombe Rucker, (da Lui il nome della società); personaggio storico del basket di strada, che fondò nel 1947 a New York il “Rucker Tournament”, un torneo nel quale le più forti squadre dei quartieri newyorkesi si sfidano, ancora oggi, a Harlem nei weekend di luglio e agosto in infuocate e spettacolari partite all’aperto. La sua splendida idea era di usare il basket per allontanare i ragazzini dalla strada e dalla droga e nel contempo conferire dignità al basket di strada.

Credo sia fondamentale che i ragazzini facciano comunque un’attività sportiva. Sono anche convinto che il vantaggio di praticare uno sport di squadra stia nell’aspetto formativo, umanamente parlando: ti insegna a stare in un gruppo, a convivere risultati e obiettivi e ti impone di rispettare le regole che ciò comporta. Soprattutto in età giovanile, sono esperienze che aiutano a crescere e saranno utilissime nella vita adulta.

Se devo proprio dare un consiglio, a un ragazzino direi di provare comunque vari sport, nella speranza di trovare quello in cui riesce meglio o quello nel quale si diverte maggiormente: quest’ultima in fondo credo sia la cosa più importante.

- Sono tanti i sostenitori e gli appassionati… cosa rende questo sport così avvincente?

Sono convinto che il basket sia lo sport più bello da vedere dal vivo, per tanti motivi: si svolge all’interno di un palazzetto le cui dimensioni permettono di seguire in modo ottimale lo svolgimento e fanno in modo che, all’interno, il clima sportivo sia sempre molto caldo; il gioco è veloce e si passa da un’area all’altra spesso in modo fulmineo; tecnicamente si riescono a vedere assist e canestri fantastici e la varietà dei tiri è molto vasta; è sicuramente uno sport di squadra ma molto spesso il gesto tecnico del singolo entusiasma; come si dice, durante l’incontro l’inerzia della partita cambia spesso e il risultato finale che a volte sembra già segnato, in pochi minuti può essere ribaltato; spesso la partita si decide non nell’ultimo minuto, ma addirittura nell’ultimo secondo, il che significa che i quaranta minuti effettivi di gioco si vivono dagli spalti completamente, fino all’ultimo centesimo di secondo. In genere lo sport è sempre uno spettacolo, ma a mio modo di vedere il basket offre il massimo dal punto di vista emozionale, anche perché il fatto di essere quasi a diretto contatto con gli atleti ti fa sentire partecipe.

Sito web: www.ruckersanve.it






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