San Vendemiano, il nucleo rurale primigenio

Nell'attuale territorio sanvendemianese era anticamente Zoppè il nucleo originario della comunità, raccolta intorno al culto di san Pietro. Oggi, questo centro è rimasto una piccola località circondata da aree agricole; rari purtroppo sono rimasti i prativi, chiusi da siepi e vivacizzati dalle risorgive ricchissime che bagnano questa terra, i così detti palù, la cui originaria fisionomia è stata decisivamente franta dall’impatto da una recente tratta autostradale.

Eppure, percorrendo le mille stradine sterrate che dal cuore di Zoppè s’inoltrano verso sud, sono qua e là percettibili le fattezze millenarie della campagna: seguendo i minuscoli corsi d’acqua che si intersecano nella piana, si possono trovare delle bellissime siepi e fascinosi rustici, come quello piccolissimo e scoperchiato a cui si giunge per via Fontane, occupato all'interno da una folta vegetazione spontanea: le sue dimensioni e la sua dispersa solitudine dentro la campagna non smettono di ricordarmi il casel di Versuta che, durante i rastrellamenti del 1944, ospitava le lezioni del giovane Pasolini ai suoi giovani allievi, nella campagna a sud di Casarsa.

Merita poi una sosta la chiesa parrocchiale, edificata nel Cinquecento e ampliata nell’Ottocento, con un caratteristico campanile mozzo, tratto distintivo della piazza principale del paese. All’interno della navata unica sono custodite opere pittoriche di valore, sulle quali spiccano due pale tardo cinquecentesche di Cesare Vecellio (1521-1601), artista di qualità e parente del grande Tiziano. Gli affreschi, risalenti al secolo scorso, rappresentano episodi della vita di Pietro: sono opere di Giovanni Zanzotto, artista e decoratore di Pieve di Soligo, nonché padre di Andrea che, anche grazie a una forma di apprendistato pittorico durante l’infanzia, poté conferire alla propria poesia una vena coloristica inconfondibile che è tra le cifre imprescindibili della sua grandezza letteraria.

Se da Zoppè si segue il tracciato di via Calmaor ‒ antica strada oggi mutata dalla presenza di un vasta zona industriale e dal passaggio della A 28 ‒ si può agevolmente raggiungere un’altra area di pregio: quella su cui da secoli vigila san Fris, presso la località Saccon. Lungo questo percorso merita una tappa villa Vettori: oggi in abbandono, è un bel edificio dell’Ottocento, con il corpo centrale sovrastato da un elegante frontone, che ci dà l’idea di come fossero le dimore della piccola aristocrazia terriera di due secoli fa, oltre che la misura della decadenza toccata in sorte a questo genere di architetture, una volta perduta la loro precipua funzione.

Ma torniamo a San Fris: su questo territorio che confina con la pianura di Conegliano, a cui le verdissime anse del fiume Monticano e dei suoi affluenti conferiscono trasparenze di fervidi colori, non poteva che sovrintendere Felice, nome latino che trae origine dall’aggettivo “felix”, propriamente “fertile”, detto di una terra che è gravida di doni della natura. Non poteva che sorgere qui l’oratorio di San Fris, ricostruito nel 1927 in luogo di uno precedente, i cui preziosi affreschi sono stati staccati e restaurati, e sono ora visitabili nella pinacoteca del castello di Conegliano: Ultima cena, Trinità, San Giorgio e il drago. A comporre queste semplici scene, la cui rudimentalità profuma di arte popolare, è stato Battista da Sarano, un pittore minore attivo in questa zona nei primi anni del Cinquecento.

Che siate in bicicletta o in compagnia del vostro cane, i percorsi di via San Felice e via Monticano consentono ampie scampagnate alla ricerca di un paesaggio quasi inalterato nel tempo, che scorgiamo attraverso le fronde dei numerosi “salézh” (salici piangenti) e dei “talpón” (pioppi), dei “sachèr” (salci) e dei “róver” (querce). Una fede rurale semplice e antica, che pone le sue radici nella cultura precristiana, ci porta ancora oggi a onorare alcune significative piante del titolo di alberi sacri: veri e propri capitelli viventi, una quercia e un carpino diventano luogo di imprescindibile sosta, per beneficiare del refrigerio che in estate offrono le folte chiome al passante, per la preghiera del pellegrino secondo modalità autentiche, in piena adesione alla natura.






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