Il Granellino

21 Giu 2017


Così Gesù si fa pane vivo nella «messe del mondo»

Gv 6, 51-58

«51Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».52Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?». 53Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. 54Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. 55Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. 56Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. 57Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. 58Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».

 

Riflessione

La messe è molta. Io invece credevo che i campi della vita fossero aridi e i tempi cattivi. Io avrei detto: c'è tanto da arare e da faticare; per raccogliere, alla fine, basta chiunque. C'è troppo sudore da mescolare alla semente, una rete da gettare per tutta la notte, e forse per non prendere nulla, come Pietro sul lago. Invece Gesù ci sorprende: il raccolto è abbondante. E ci fa capire che la campagna è sua, la semente la mette lui, il mondo lo fa crescere lui. C'è tanto da raccogliere perché il terreno è buono; la storia sale, positiva, verso un'estate profumata di frutti e non verso un deserto sanguinoso. Dall'alto Qualcuno guarda e vede che il mondo è ancora cosa buona, come all'origine; ha fede ancora nella bontà dell'uomo, perfino nella mia. Ogni cuore è una zolla di terra seminata di germi divini: un mistero passa tra il cuore del singolo e Dio, sul quale io, raccoglitore e pastore, non intervengo, ma ammiro e ringrazio. Raccoglitori cerca il Signore, perché la fatica più grande l'ha già fatta qualcun altro, Colui che ancora esce a seminare su rovi e sassi, su strade e buon terreno, a piene mani, a pieno cuore.

Ma chi ammasserà i raccolti della pace, della giustizia, della fiducia, della gioia? Sono i discepoli che si convertono in apostoli. Anche tu sei chiamato ad aggiungere il tuo nome all'elenco dei dodici, ognuno è il tredicesimo apostolo, ognuno scrive il suo quinto vangelo, riceve la stessa missione dei dodici: annunciate che il regno di Dio è vicino. Dite: Dio è vicino; Dio è con voi, con amore. Sentilo tu quando, non sai perché, ti avvampa il cuore (Rilke). È Lui, il pastore buono che porta le tue insicurezze. Non esiste alcuna scuola che insegni a diventare apostoli, perché non sono le parole, per quanto belle, che contano, ma quanta convinzione, quanta passione e stupore contengono. Come farai a testimoniare che Dio è vicino, se tu per primo non lo senti? Dio non si dimostra, si mostra: con i gesti della pietà e della compassione: guarite, risuscitate, sanate, date... L'inviato è povero: un bastone per appoggiarvi la stanchezza, i sandali per andare e ancora andare. Non ha borsa né danaro, ma ha la pace che illumina gli occhi e la forza che regge le mani; ha delle ali d'aquila, dice la prima lettura; un supplemento d'ali, una strada verso il cielo, e una parola capace di rapire il cuore. Ognuno, come Cristo, è crocevia di finito e d'infinito, di piedi impolverati e di ali d'aquila. La duplice missione del discepolo è: esistere per Dio, per guarire la vita. O almeno per prenderci cura, se di guarire non siamo capaci, di greggi e di messi, di dolori e di ali, di un mondo barbaro e magnifico.

p. Ermes Ronchi






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