La Dimensione Spirituale

13 Mag 2017


Andrea Santorio: “Mi hai chiamato, eccomi!”

Andrea Santorio, 31 anni (il più grande di quattro fratelli), è nato a Vittorio Veneto. Qui ha frequentato il Liceo Classico. In seguito, si è iscritto alla facoltà Architettura all’Università IUAV di Venezia, specializzandosi in Urbanistica. Quanto a interessi e passioni, si definisce «abbastanza disordinato e accumulatore»: dalla grafica alla letteratura, dalla tipografia alla musica (più o meno di ogni genere, fatta e ascoltata), dalle lingue al teatro, passando per il karate, la montagna, «e non so quante altre cose ancora». Da qualche anno, egli ha deciso di mettere se stesso (interessi e passioni comprese) nelle mani di Dio. Domenica scorsa, nella chiesa Santi Pietro e Paolo di Vittorio Veneto, si è celebrata un’importante tappa del suo percorso: l’ordinazione diaconale.

- Andrea, come hai avvertito la “chiamata” al sacerdozio? Il tuo “eccomi” è mai passato attraverso il crogiolo del dubbio?

Qui ci sarebbe una storia lunga da raccontare - troppo per sintetizzare tutto in poche righe. Diciamo che, col senno di poi, mi sono accorto che nella mia vita c’erano segni della chiamata del Signore già quando ero ragazzo, sui dieci anni, ma a quell’età non avevo avuto né gli strumenti né qualcuno che mi aiutasse a capirlo. Il bello è che poi negli anni successivi persi progressivamente la fede - non volevo nemmeno essere cresimato, mi obbligarono i genitori! Attorno ai diciott’anni, dopo aver esplorato svariate teorie alternative, mi resi conto che, per quanto difficile a credersi, la versione cattolica della vicenda di Gesù -  resurrezione e tutto - rimaneva comunque la più credibile. E i primi interrogativi vocazionali emersero poi sui vent’anni, in reazione a un Vangelo ascoltato a messa, però ci misi ben quattro anni a dare loro un seguito e a decidere di esplorare la cosa in modo serio. Fu quando mi misi a cercarlo deliberatamente che Dio iniziò a “mostrarsi”, a mostrarmi chi sono e a farmi vedere chi vuole essere per me.

- Qual è l’elemento fondamentale della tua fede?

Indubbiamente, il dubbio :-) Va però unito alla capacità di buttarmi, che credo sia uno dei doni più importanti che il Signore mi ha fatto quando mi ha preparato l’attrezzatura di base per affrontare la vita. In realtà, per quanto possa sembrare incredibile, io sono un uomo di poca fede - me ne rendo conto ogni volta che confronto la mia fede con quella di altra gente mi stupisco di quanto poco basti loro per credere e di come, invece, a me servano molti più segni che a loro; però per fortuna il Signore lo sa, e nei miei confronti agisce di conseguenza. Direi quindi che è la provvidenza di Dio, resa presente attraverso le situazioni e le persone della vita quotidiana, a dissipare di volta in volta i miei dubbi più o meno grandi.

- Come vedi collocato l’ambito religioso nella nostra società secolarizzata? Può avere implicazioni anche nella vita quotidiana, laica o rimane “affare privato”? Cosa si può fare per scoprire e non recidere la relazione Chiesa-Società e scorgere in essa un valore aggiunto?

Aggiungendo ai miei studi liceali e universitari la formazione ricevuta in seminario mi sono reso conto sempre più quanto siamo prigionieri di un grande equivoco: che l’ambito religioso sia qualcosa di esclusivamente privato, e che tale vada mantenuto. In realtà, invece, non è possibile leggere il mondo in cui viviamo senza tenere conto dell’aspetto religioso. I programmi scolastici di storia, filosofia, arte, letteratura, sono stati preparati dall’Italia postunitaria, liberale e dichiaratamente anticlericale; e il risultato è che cresciamo privi di strumenti per interpretare il mondo. Ad esempio, guardiamo un quadro considerandone gli aspetti estetici e formali, ma dimentichiamo in che contesto è nato, per quali ragioni, e che significati voleva veicolare (il 90% delle nostre opere d’arte ha un contenuto religioso!). In questo senso penso che innanzitutto ci siano ampi spazi di conoscenza da recuperare: sarebbe bene che ciascuno si rendesse conto che la sua fede, qualunque essa sia, è una dimensione fondamentale e costitutiva per la società, e non è solo un affare privato. Come cristiani non possiamo ignorare questa cosa.

- Nella parrocchia di San Vendemiano, dove attualmente presti servizio, sei a contatto, in particolare, con i giovani. Secondo te, i ragazzi d’oggi hanno l’opportunità e la voglia di soffermarsi sulle domande cruciali della vita, sono coinvolti in una ricerca di senso?

Penso che da parte loro ci sia un grande bisogno di profondità, accompagnato da una grande sete. Ma la ricerca di senso è particolarmente complicata, oggi come in ogni tempo: spesso non sanno nemmeno di che cosa precisamente hanno sete, se va bene percepiscono il vuoto da riempire, se va male neanche quello. Senza voler puntare il dito su nulla e su nessuno, a volte ho il timore che siano circondati di troppa musica, troppe serie tv, troppo internet: tutte cose buone, di per sé, ma che non aiutano a concentrarsi sull’ascolto di sé stessi, degli altri, di Dio… Ma ha detto di recente don Pierangelo Sequeri, musicista e uno dei più fini teologi italiani, che non abbiamo idea di cosa siano capaci i cuccioli, anche quelli con i fili nelle orecchie, quando offriamo loro - con la più scrupolosa onestà intellettuale e la passione più sincera che sostiene noi stessi - cose che sappiamo veramente e che crediamo veramente buone anche per loro. E io sono assolutamente d’accordo.

- La vitalità, l’esempio, la gioia portati dai giovani che intraprendono la via del sacerdozio nelle periferie esistenziali sono un riferimento importante in questo senso. Penso a figure come don Milani, don Bosco… Quali sono le periferie esistenziali del mondo giovanile oggi? Quanto è importante la tua scelta per aiutare i giovani a porsi la domanda “io, chi sono?” e a cogliere la bellezza del Mistero cui tutti apparteniamo?

Le periferie iniziano qui, a San Vendemiano. A dirla tutta inizierebbero già nella comunità parrocchiale, se uno volesse guardare con attenzione ed onestà alle situazioni familiari dei propri ragazzi. Senza giudicare, naturalmente, ma, come dicevo, viviamo in tempi complicati, e tutti ne portiamo il segno. Poi, chiaramente, basta uscire dall’ambito parrocchiale e inizia una distesa enorme. Sono tantissimi gli spazi giovanili (e non) che, come cristiani, “abitiamo” poco - la scuola, innanzitutto! Non occorre essere degli sbandati per aver bisogno di qualcuno che si faccia vicino e che aiuti a sollevare la testa e a guardare l’orizzonte. Io, tra parrocchia e seminario, ci provo, ma sento che non è abbastanza. Spesso non è un provarci abbastanza appassionato, abbastanza fedele, abbastanza pieno di energia, e in questo senso per fortuna il Signore c’è e lavora sodo.

- Qual è il messaggio che ti senti di comunicare loro?

Di innalzare lo sguardo al cielo. Di prendersi del tempo per sé stessi, per gustare la bellezza, per guardare un tramonto. Di esercitarsi nella gratitudine. Perché dietro a tutte queste cose c’è Dio.

- Ci sono molte forme di vocazione anche nella vita non consacrata. Come possiamo scoprirle e rispondere “eccomi” tutti noi, nella nostra quotidianità?

La base imprescindibile resta ovviamente la relazione con Dio, coltivata nella preghiera costante e quotidiana: solo lui, infatti, è in grado di mostrarci la nostra vera identità e quindi anche ciò che siamo chiamati ad essere. Tutti gli altri sono specchi parziali, e in qualche misura deformanti. Invece, più conosco il Signore Gesù, ascolto la sua Parola, leggo la mia vita quotidiana alla sua luce, vivo con lui anziché per conto mio, più scopro qual è il modo personale in cui lui mi ama, quali chiamate mi rivolge, e quali sono i modi concreti in cui io posso rispondere al suo amore. Va da sé che pur accomunate da un’ottica evangelica, tutte le forme concrete di risposta saranno individuali, perché ciascuno di noi è unico, ed è amato in modo unico. Ma senza la consapevolezza costantemente rinnovata dell’amore personale di Dio non ci può essere risposta alla vocazione: finiremo sempre per costruirci un dio distante, giudice, esigente, nemico della nostra felicità; e a uno così nessuno sano di mente vorrà mai dire “eccomi”.






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