Adulthood: tempo da vivere

Si resta sempre più colpiti dall’appiattimento generazionale che vede ragazzi, giovani e adulti accumunati da medesime dinamiche: nel modo di vestire, parlare, comportarsi, ma soprattutto nelle relazioni e negli affetti… al punto che risulta veramente difficile comprendere chi sia l’adulto. Che le cose stiano così ce lo dice la quotidianità.

La riflessione parte da un articolo di Matteo Armando letto su “Avvenire” qualche anno fa; già nel titolo suonava spietata la polemica: Cari adulti, ma quando crescete?

Gli adulti scompaiono perché con sempre più fatica gli adulti anagrafici si assumono il compito educativo dell’essere adulti, rinunciando a farsi testimoni della vivibilità e dell’amabilità della vita, nella sua complessa verità. Non solo. Oggi sembra che non siano più i figli a dover imparare dai genitori e a ricevere da loro norme e valori, ma, al contrario, che i genitori si conformino ai criteri e ai comportamenti dei figli, cercando in questo mondo di ottenere la loro approvazione o di “sentirsi giovani”. Ed è proprio questa la chiave di lettura del comportamento adulto oggi: sentirsi giovani. A partire dalla generazione di adulti nata dopo la seconda guerra mondiale, gli adulti anagrafici lottano contro la vecchiaia e inseguono il mito della giovinezza, costi quel che costi: chirurgie, creme, tinte per capelli, pillole, abbigliamenti, tacchi, attaccamento accanito a poltrone e posti di potere e di prestigio, manie dietetiche, lavori forzati in palestra, stili di vita “adulterati”, etc. La pubblicità, che ha ben studiato questo tratto degli adulti (i quali sono anche coloro che concretamente dispongono dei soldi) non usa altro linguaggio che quello della giovinezza. Così il mercato non offre solo prodotti ma alleati per la lotta contro il tempo che passa: lo yogurt che favorisce il regolare metabolismo intestinale, l’acqua che elimina l’acqua, le creme portentose che contrastano il cedimento cutaneo, etc. Sembra che nulla si venda di quel che prima non abbia affermato, almeno come premessa, di essere contro l’invecchiamento.

Nell’essere dell’adulto il giovane dovrebbe trovare iscritta questa legge: “Lì dove sono io, là sarai tu”, quindi cammina, datti da fare. La parola “adolescente” null’altro significa che “tempo per diventare adulti”. Come? Guardando gli adulti. Ma cosa comporta la rivoluzione attuale del sentimento della vita che fa scommettere il tutto per tutto sulla giovinezza? La legge si rovescia: nella carne vivente dell’adulto il giovane legge: “Lì dove sei tu, io sarò”, quindi non muoverti, perché tu – giovane – sei nel paradiso. Il genitore assume il figlio come modello. E il giovane? Non ha più modelli, anzi si sente sempre più confuso e superfluo in una società che ama la giovinezza più che i giovani. E l’educazione finisce lì dove l’adulto interpreta la propria esistenza non più come un cammino nella potenza dell’umano, ma come un continuo vivere “contromano”, per ritornare indietro, per bloccare l’orologio biologico, per tornare al paradiso perduto.

L’educazione ha bisogno di adulti! È propriamente adulto chi sa che la vecchiaia, cioè l’indebolimento fisico, la malattia, la morte, lo attende; adulto è colui che sa della propria particolarità nel grande concerto dell’universo e perciò sopporta benevolmente le leggi della vita. È così un vero testimone di ciò che attende ogni giovane: il destino di incarnare una singolarità e di spendersi per essa. Non abbiamo che una vita. Nessuno di noi è immortale. Ciascuno è dotato di alcuni talenti che deve scoprire e portare a maturazione, fino a quando, alla sera della sua esistenza, dovrà lasciare ad altri il posto da lui occupato. E in tutto questo sta la potenza e la bellezza della vita. Penso che agli occhi di un giovane l’adulto debba essere testimone della vivibilità e dell’amabilità di questa vita a noi concessa, nonostante la sua finitezza; quindi trasmettere valori, opinioni e credenze integrati nella coerenza di una vita.






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