Don Lorenzo Milani: l’amore sa inventare strade dove ancora non esistono

Nel 50° anniversario della sua morte vogliamo ricordarlo non tanto per la sua umanità quanto per la sua "mira altissima", quasi "disumana"…

Io ci sono stato a Barbiana, parecchi anni fa. Ero troppo giovane ed immaturo per comprendere appieno nelle sue mille sfumature la personalità, la storia, la fede di don Lorenzo Milani. Eppure ho bene impresse nella mente alcune immagini di quella vecchia scuola, in cui questo sacerdote ha speso gli anni migliori del suo ministero. A farci da cicerone in questo particolare pellegrinaggio, c’era nientemeno che Michele Gesualdi, uno dei primissimi allievi di Barbiana, oggi presidente della “Fondazione don Lorenzo Milani”. Ricordo una grande vasca di cemento, voluta da don Lorenzo, perché i suoi ragazzi il mare non l’avevano mai visto, e impose loro di imparare a nuotare. Per don Lorenzo, infatti, tutto diventava educazione, a Barbiana, tutto diventava materia di studio: costruire una radio, dipingere, recitare, parlare lingue straniere, sciare, lavorare il legno…

A questo proposito si fa strada tra i ricordi un’altra immagine: un cartello appeso ad una porta con su scritto “I care”, cioè “mi interessa”, “mi sta a cuore”. È il motto della scuola, ed è il suo primo obiettivo: insegnare l’interesse per ogni cosa, insegnare, in fondo, ad amare, amare il mondo, se stessi, il Creatore…

Ricordo anche un pozzo, non a Barbiana questo, ma a Calenzano, nella parrocchia dove don Milani svolse per cinque anni il ruolo di cappellano. In quel pozzo ci finivano i giochi, cioè il pallone e il ping-pong. Scrivono di lui: «all’inizio cercò di avvicinare i giovani alla Chiesa col gioco del pallone, il ping-pong e il circolo ricreativo come facevano gli altri preti. Presto però si rese conto che non solo avvicinava una sola parte di giovani ma, soprattutto, che era indegno e puerile per un prete di Cristo abbassarsi a questi mezzi per evangelizzare, ma al contrario proprio la mancanza di cultura era un ostacolo alla evangelizzazione e all’elevazione sociale e civile del suo popolo». Quel pozzo è simbolo del suo impegno per non far “bestemmiare il tempo” ai suoi ragazzi, per far capire loro che la scuola può essere l’attività “più divertente”, nel senso di di-vertere, cioè fare sempre cose diverse. Egli aveva l’impressione che lo sport, il gioco, il tempo libero impiegato per gli svaghi più borghesi e popolari, anestetizzasse la mente e il cuore dei ragazzi, li appiattisse tutti nella mediocrità, facendo il gioco dei potenti e dei ricchi, per i quali un popolo di mediocri è molto più facile da controllare rispetto a un popolo di menti critiche. Per questo a Barbiana la scuola durava 12 ore al giorno, 365 giorni l’anno.

Ricordo poi la chiesa. Minuscola, ma con un particolare originalissimo: il mosaico del Santo Scolaro. Un ragazzo con l’aureola e con il volto immerso in un grande libro. Perché anche a Barbiana la scuola aveva alla fine questo scopo: rendere possibile l’ascolto della Parola di Dio. Scrive don Milani in “Esperienze pastorali”: «È tanto difficile che uno cerchi Dio se non ha sete di conoscere. Quando con la scuola avremo risvegliato nei nostri giovani operai e contadini quella sete sopra ogni altra sete e passione umana, per portarli poi a porsi il problema religioso sarà un giochetto. Saranno simili a noi, potranno vibrare di tutto ciò che fa noi vibrare. Tutto il problema si riduce qui, perché non si può dare che quel che non si ha. Ma quando si ha, il dare viene da sé, senza neanche cercarlo, purché non si perda tempo. Purché si avvicini la gente su un livello d’uomo cioè a dir poco un livello di Parola e non di gioco».

Don Milani a causa della sua radicalità evangelica, è indubbiamente stato incompreso da alcuni componenti della gerarchia ecclesiastica, e questo ha sicuramente contribuito a far si che certe correnti politiche l’abbiano utilizzato come strumento di critica nei confronti della Chiesa, suo malgrado è stato per anni una figura politicizzata. Uno sforzo in fin dei conti inutile questo, perché don Milani era palesemente un uomo di Cristo, e di nessun altro: «non mi ribellerò mai alla Chiesa, perché ho bisogno più volte alla settimana del perdono dei miei peccati, e non saprei da chi altri andare a cercarlo quando avessi lasciato la Chiesa». Dice di Lui papa Francesco: «Era un uomo inquieto sì, ma la sua era un’inquietudine spirituale, nata dall’amore per Cristo, per il Vangelo, per la Chiesa, per la società». Proprio perché prete fino in fondo, amante senza compromessi del Signore e della sua chiamata, don Milani ha vissuto nella piena obbedienza l’“esilio” a Barbiana, senza tornare sui suoi passi, incarnandosi appieno in quel mucchio di povere case riunite attorno al campanile. Proprio da questa sua vocazione vissuta senza sconti, è nata la scuola, sono nate la “Lettera a una professoressa” e la risposta ai cappellani militari “L’obbedienza non è più una virtù”. Certo, egli è un modello a cui tornare, a cui ispirarsi, ma non può essere solo questo. Credo che don Milani in primis lo riterrebbe un suo fallimento. Penso che per capirlo a fondo dobbiamo guardare non solo “all’uomo” ma “a Dio”, riconoscendo che la nostra vita diviene davvero feconda, quando viene plasmata dal Vangelo, quando diventa risposta alla Sua chiamata.

«…Pian piano andrai costruendo quell’immagine di prete più vera e degna di te… Chi è in basso deve vederti in alto… Ponete in alto i vostri cuori e fate che sia come fiaccola che arda… Su questo punto non bisogna avere pietà, di nessuno. La mira altissima, addirittura disumana (perfetti come il Padre!) e la pietà, la mansuetudine, i compromessi paterni, la tolleranza illimitata solo per chi è caduto e se ne rende conto e chiede perdono e vuole riprovare da capo a porre la mira altissima… Ecco dunque l’unica cosa decente che ci resta da fare: stare in alto (cioè in grazia di Dio), mirare in alto (per noi e per gli altri) e sfottere crudelmente non chi è in basso ma chi mira basso… La gente viene a Dio solo se Dio ce la chiama. E se invece che Dio la chiama il prete (cioè l’uomo, il simpatico, il ping pong) allora la gente viene all’uomo e non a Dio». (Lettera a don E. Palombo)






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