Il messaggio universale del Natale: la speranza accesa nel buio

Ogni anno, il Natale ci riporta nella dimensione del mito e del rito collettivo che ravviva sulla terra luci e speranze, proprio nel periodo in cui le tenebre sono più lunghe…

Nell’attuale rincorsa a introdurre, a scadenze regolari, vecchie e nuove occasioni di “festa” – ma sarebbe più appropriato dire “opportunità di consumo” – il Natale conserva la sua peculiarità di ricorrenza cristiana maggiormente sentita anche da chi cristiano non è. Il Natale, infatti, parla in maniera misteriosa a tutta l’umanità, evocando dentro e fuori di noi una dimensione luminosa, quasi poetica. Per questo a Natale si è tutti più buoni, come dice - a ragione - il famoso slogan pubblicitario: per ogni luce accesa si accende un sorriso, un'emozione, una speranza.

Il Natale cristiano, del resto, ebbe origine dalla festa pagana del “Sole invitto” che si celebrava sotto l’impero romano il giorno del solstizio d’inverno: era la festa civile che affermava la rinascita della luce nel cuore dell’inverno, il lento ma irreversibile trionfo del sole sulle tenebre che sembravano averlo sconfitto. La Chiesa, uscita dalle catacombe e dalle persecuzioni, cominciò a pensare che quella ricorrenza fosse il momento più indicato per annunciare a una società pagana la novità del Vangelo di Gesù Cristo: una realtà piccola, quasi insignificante, un evento quotidiano – come il sole che anticipa di qualche minuto la sua levata o come un neonato che fa ricchi di gioia anche i genitori più poveri – può essere il segno della speranza che rinasce, dell’orizzonte che si illumina e riscalda per sciogliere la cappa di piombo del cielo chiuso sulle vicende degli uomini.

Così, i segni che accompagnano il Natale – l’albero, gli addobbi, le luci, i regali – dovrebbero essere un augurio di felicità, da vivere come momento mistico più che consu-mistico. È perciò necessario avere “occhi di lucerna”, come dicevano gli antichi, occhi capaci di cogliere bagliori di luce nel buio più fitto.

Il Natale ci dà motivo di tenere acceso il barlume della speranza, speranza che lenisce le sofferenze e le angosce di tanti uomini e donne, speranza in una vita più umana, impregnata di relazioni autentiche e di rispetto dell’altro, speranza in una vita ricca di senso, capace di esprimere in gesti e parole la bellezza e la luce, echi di quella luce che fa memoria di sé col solstizio di inverno e che brillò nel buio di Betlemme per brillare anche oggi in ogni luogo avvolto dalle tenebre del dolore e del non-senso.

«La ragione della nostra speranza è questa: Dio è con noi. Ma c’è qualcosa di ancora più sorprendente. La presenza di Dio in mezzo all’umanità non si è attuata in un mondo ideale, idilliaco, ma in questo mondo reale. Egli ha scelto di abitare la nostra storia così com’è, con tutto il peso dei suoi limiti e dei suoi drammi, per risollevarci dalla polvere delle nostre miserie, delle nostre difficoltà» (Papa Francesco, Udienza generale, 18 dicembre 2013).

Questa festa universalmente coinvolge, perché ha radici profonde, che evocano dimensioni quasi dimenticate e parla un linguaggio di cui abbiamo smarrito l’alfabeto, ma di cui la nostra anima conserva ancora qualche eco.






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