La Dimensione Spirituale

02 Dic 2018


La chiave della felicità in “Guerra e Pace”

"Fin quando si è vivi, bisogna vivere ed essere felici" (Lev Tolstoj)

Ci sono opere che lasciano il segno. “Guerra e Pace” è una di queste. Quando ne ho vista la trasposizione cinematografica prodotta dalla BBS e trasmessa a settembre su Canale 5, mi sono annotata una pensiero tratto dal finale dell’opera: la felicità sta in quel che si ha, non in quel che si vuole. Su questo spunto credo ci sia molto da riflettere.

A pensarci bene, anziché occuparci di ciò che abbiamo, ci pre-occupiamo (ci occupiamo prima) di ciò che non abbiamo. Ma se la felicità fosse già sotto i nostri occhi e non ce ne accorgessimo? Il cagnolino fedele, le poche patate cotte e un paio di scarpe sfasciate in tempo di prigionia. Quella è felicità, e Platon Karataev l’afferra nell’accogliere come dono tutto ciò che la vita gli offre. Figura marginale nel romanzo, quella di Platon Karataev, eppure, a mio avviso, bellissima. Grazie alla sua amicizia, il tormentato Pierre, che, viceversa, è uno dei protagonisti dell’opera, riesce a sciogliere il «complicato e terribile nodo della vita», avvicinandosi all’assoluto e accettandone il mistero. Non sempre le cose sono quelle che sembrano, né tanto meno seguono i nostri desideri personali. Il segreto sta nell’amare la vita nonostante tutto, perché una logica c’è sempre anche se sfugge alla nostra comprensione. È un atteggiamento di fiducia nei confronti della vita. Dentro il romanzo - dentro la guerra - si vede come l’individuo possa trovare pace in una spiritualità che non lo isola, anzi lo schioda dall’autoreferenzialità e dalla vanagloria, e lo mette in relazione con il cielo alto e sublime, con gli altri, con il Tutto. Alla fine del romanzo si ha la sensazione che la vita, tutto sommato, sia semplice. È l’uomo che se la complica, inseguendo piaceri effimeri o bisogni superflui, credendosi padrone dell’esistenza e della storia.

«La vita ci è stata data perché sia per noi un bene e noi questo ci attendiamo da lei – scrive Tolstoj –. Ma perché sia così, dobbiamo capire che la vera vita non è nel corpo, ma in quello spirito che abita dentro il nostro corpo (…)  Gli uomini per quanto facciano, non sono mai in grado di soddisfare i loro desideri materiali, perché ciò che serve al corpo non sempre è possibile procurarselo e per procurarselo bisogna lottare contro gli altri; al contrario, l’anima, che ha bisogno solo d’amore, può essere soddisfatta facilmente: per amare non dobbiamo lottare contro nessuno, anzi più amiamo, più andiamo d’accordo con gli altri» (Lev Tolstoj, “Amatevi gli uni gli altri”, 1907).

A questo ci esorta Tolstoj: a divenire, amando, persone migliori. Persone che sanno adattarsi con fiducia alla vita, apprezzare quel che hanno come un dono, navigare nel vorticoso mare del destino riconoscendo che, al di là del dolore, c’è sempre una possibilità per essere felici. Persone migliori costruiscono una vita migliore, una società migliore!






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