LA SAGGEZZA DEI "VECCHI" È ANCORA UN VALORE?

I giovani romani tributavano agli anziani onore così elevato e ingente, come se le persone vecchie fossero loro secondi padri. Quindi essi, nel giorno nel quale il senato faceva una seduta, accompagnavano sempre qualche senatore loro parente o amico paterno sino alla Curia e aspettavano fermi sulle porte, quindi li riaccompagnavano. Con questa spontanea attesa essi educavano il corpo e lo spirito a compiere in modo efficiente i futuri compiti pubblici e insegnavano essi stessi agli altri, con la sopportazione della fatica, le virtù che di lì a poco avrebbero mostrato apertamente. A quei tempi i giovani non si dispiacevano né si vergognavano di avere cura degli anziani. Invitati a banchetto, chiedevano con scrupolo chi vi avrebbe partecipato per non arrivare e sedersi prima di quelli che fossero più attempati di loro e, consumato il pasto, non si alzavano prima che i vecchi alzandosi non avessero dato loro il permesso per andarsene. Dal che appare con quanta attenzione e considerazione erano soliti discutere in loro presenza pure in mensa. (Valerio Massimo)

Mi imbatto, per caso, in questa traduzione dal latino e una riflessione mi sorge spontanea: cosa si potrebbe scrivere – oggi – sul rapporto tra giovani e vecchie generazioni? Credo che la situazione sia parecchio cambiata. Chi potrebbe mai riconoscere nella gioventù romana la gioventù di oggi? È vero ci siamo emancipati, ma l’emancipazione non può corrispondere alla perdita di valori.

Tra gli antichi romani e noi c’è molta distanza, penseranno in molti: noi siamo “moderni” loro sono “antichi”. Questa posizione non fa che riproporre e avvalorare il problema: il rapporto tra il vecchio e il nuovo.

Credo che ci debba essere un’implicazione reciproca: non si può vivere bene il presente se non si guarda al passato, come non si può rendere fecondo il passato senza fare i conti con la situazione attuale. Privi di questo solido fondamento, ci troveremmo a navigare per il vasto mare aperto senza carburante né orientamento.

È triste constatare, oggi, la totale mancanza di rispetto dei giovani verso gli anziani. Credo che questa sia la radice di ogni male. In tempi antichi, la vecchiaia era definita “orrenda” poiché poneva fine al “fiore della giovinezza”, ma, cionondimeno, gli anziani erano considerati i depositari del sapere e della saggezza e, in quanto tali, solo loro potevano trasmettere nozioni e valori importanti alle generazioni a venire. Oggi che il sapere è a portata di un click e che di saggezza pare non esserci più bisogno dato che la società è progredita, i vecchi sono diventi inutili e soffrono di povertà e di solitudine.  

L'era moderna offre potenti strumenti che consentono una trasmissione immediata del sapere connettendo le diverse parti del globo; e questo è sicuramente un vantaggio di cui i nostri nonni non potevano beneficiare. Ma non è, forse, proprio perché disponevano di possibilità limitate che essi  hanno potuto sviluppare certi valori? Quando tutto è a portata di mano, si perde il valore dell’attesa. Quando tutto è rumore, si perde il valore del silenzio. Quando tutto si crea e si rinnova continuamente, si perde il valore della conservazione, del sacrificio. Quando tutto è “fascio di percezioni”, si perde il valore della coscienza che quelle percezioni collega in un disegno di senso compiuto.

Non c’è vero sapere senza saggezza. Non c’è vero progresso senza umanità. E gli antichi, come i “vecchi”, ce lo insegnano bene. Tradurre testi antichi, così come ascoltare i consigli dei “vecchi”, può far sì che i giovani di oggi “progrediscano” avendo cura della propria (e altrui) umanità, così da poter essere essi stessi i “vecchi” di domani, un deposito prezioso di racconti e di esperienza di vita che nessun click può restituire.






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