Lavorare per vivere o vivere per lavorare?

«La vita è un paesaggio straordinario. A volte può capitare che uno passi davanti a un paesaggio e non lo veda. La vita è un paesaggio straordinario, ma bisogna vederlo. E (anche) per questo bisogna avere tempo...» (José Mujica)

Di recente, in occasione della pubblicazione del suo primo libro ("La felicità al potere"), mi è capitato di ascoltare il discorso sulla felicità pronunciato da José Muijca, ex-presidente uruguaiano, in occasione del raduno del G20 in Brasile nel 2012. Di seguito, riporto alcuni passi del suo discorso estratti dal libro:

«(...) I vecchi pensatori – Epicuro, Seneca o finanche gli Aymara – dicevano: povero non è colui che tiene poco, ma colui che necessita tanto e desidera ancora di più e più. Queste cose che dico sono molto elementari: lo sviluppo non può essere contrario alla felicità. Deve essere a favore della felicità umana: dell’amore sulla Terra, delle relazioni umane, dell’attenzione ai figli, dell’avere amici, dell’avere il giusto, l’elementare. Precisamente. Perché è questo il tesoro più importante che abbiamo: la felicità!»

«Non mi stancherò mai di spiegare che per essere liberi bisogna avere tempo: tempo da spendere nelle cose che ci piacciono, poiché la libertà è il tempo della vita che se ne va e che spendiamo nelle cose che ci motivano. Mentre sei obbligata a lavorare per sopperire alle tue necessità materiali, non sei libera, sei schiava della vecchia legge della necessità. Ora, se non poni un limite alle tue necessità, questo tempo diventa infinito. Detto più chiaramente: se non ti abitui a vivere con poco, con il giusto, dovrai vivere cercando di avere molte cose e vivrai solo in funzione di questo. Ma la vita se ne sarà andata via… Oggi la gente si preoccupa di comprare, in una corsa infinita (...).E allora non ha più tempo per le cose elementari, che sono molto poche e sono quelle di sempre, le uniche: le relazioni fra genitori e figli, l'amore, gli amici… Per tutto questo c'è bisogno di tempo!»

Il messaggio di Muijca è reso ancora più forte dalla sua testimonianza. In un mondo in cui la gente si scanna per il potere e per l'accumulo di ricchezze, lui, Capo di Stato di una nazione, si trattiene solo il 10% del suo stipendio e destina il restante 90% alla beneficienza. Vive di poco, anzi pochissimo, con la moglie e un cane, in una fattoria senza neppure l'acqua corrente, ma con la sola acqua piovana raccolta in un pozzo. Alla BBC ha dichiarato: «Mi chiamano "il presidente più povero del mondo", ma io non mi sento povero. I poveri sono coloro che lavorano solo per cercare di mantenere uno stile di vita costoso e vogliono sempre di più. È una questione di libertà. Se non si dispone di molti beni, allora non c’è bisogno di lavorare per tutta la vita come uno schiavo per sostenerli e, di conseguenza, si ha più tempo per se stessi e più libertà».

La figura del leader uruguaiano è assimilabile a quella di papa Francesco, a dimostrazione del fatto che, al di là del ruolo che si ricopre e al di là dell'ambito in cui lo si esercita, a fare la differenza è sempre la persona e le sue fondamenta.

Spesso inseguiamo chimere di felicità, conferendo loro il potere di innalzarci o di abbatterci. Il successo – come il lavoro, del resto – si sa, è precario: un momento dà, l'altro toglie. Vivere per lavorare è come costruire la propria casa sulla sabbia. La vera felicità è meno tangibile, meno evidente, ma ha la consistenza della roccia sulla quale edificare la propria casa. Saldamente eretti su quelle fondamenta, ci si può allora aprire al mondo senza farcene travolgere: anziché sacrificare pensieri, sentimenti, valori al "sistema-mondo", trasferire i propri pensieri, sentimenti e valori nel mondo; anziché consumare la vita per assolvere esigenze mondane, sfruttare le risorse che ci vengono dal mondo per vivere felicemente.








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