La Dimensione Spirituale

28 Apr 2018


Liberare la bellezza erosa dall’abitudine

Don Marco Pozza, invitato a Conegliano lunedì scorso dal Centro Culturale Humanitas, ha lasciato alcuni spunti di riflessione interessati...

Tutte le volte che faccio qualcosa per abitudine, il valore di quella cosa si svuota.

Ciò che ho ricevuto in eredità, non basta che io lo ripeta; devo rigiocarmelo perché diventi mio

Pensiamo alla preghiera del Padre Nostro. È un’eredità che ricevo dai miei familiari, dalla comunità cui appartengo, dalla storia, dalla cultura… ma finché non me la gioco, quell’eredità, resta un insieme di parole pronunciate a memoria.

Il rischio è di stancarsi e dire “ma sono sempre le solite-cose!”. No, non sono sempre le solite-cose! Perché io che recito il Padre Nostro oggi, non sono quello che lo ha recitato ieri. E se un giorno perdessi tutto, e in mano mi restasse soltanto un pugno di solite-cose… beh, quelle cose non sarebbero le solite-cose ma tutto quello che ho.

Con queste intuizioni, don Marco Pozza - scrittore, teologo, cappellano del carcere di Padova - ha intrapreso l’avventura del “Padre Nostro”, che si è concretizzata in due libri (Quando pregate dite Padre nostro e Il contrario di mio. Sfumature randagie sul Padre nostro, quest’ultimo uscito in libreria il 24 aprile) e nella trasmissione realizzata con il regista Andrea Salvadore per TV2000 che l’ha visto in dialogo con papa Francesco e personaggi noti del mondo della cultura e dello spettacolo. Un’operazione di smontaggio, per andare a recuperare una bellezza erosa dall’abitudine. «Ho scoperto nel Padre Nostro parole quotidiane, umanissime, paradigmatiche: padre, nome, regno, volontà, pane, debiti, tentazione, male». Ecco l’umano della preghiera, la sua bellezza.

Gesù Cristo, del resto, è anche uomo. «Facile credere che Gesù Cristo sia figlio di Dio! – dice provocatoriamente don Marco – Più difficile ricordare l’umanità di Cristo!». 

Un’umanità trasfigurata dall’amore del Padre. È l’attrattiva: una bellezza che attira a sé spontaneamente. I discepoli, infatti, vedendo Gesù raccolto in preghiera, sono mossi da un unico desiderio: “Signore, insegnaci a pregare” (Lc, 11, 1). Ed ecco che Gesù insegna loro la preghiera del Padre Nostro. È questo il segreto della sua gioia: il Padre, che libera dal Male. Pregare allora non è recitare, ma lasciarsi rapire dalla bellezza di un incontro che trasforma l’ordinarietà, l’umana debolezza; affidarsi a un Padre che di mestiere fa il carpentiere: non butta via le cose rotte, ma le ricompone, salvaguardandone la dignità.

Lo sanno bene i detenuti nel carcere di Padova presso cui don Marco è cappellano. Qui, più che altrove, si palesa il nome di Dio, che è Misericordia. Qui c’è lo Stupore dell’incontro. Don Marco legge una lettera: è la storia di un ragazzo di ventotto anni, Jacopo, che ha fatto tutto ciò che di peggio un uomo possa fare, ma che ha incontrato un Padre che lo ha perdonato ed ora prova vergogna: «Non posso sapere chi sarò domani, ma posso sapere chi sono oggi: un ragazzo che non si dimentica chi è stato ieri. Cosa ha fatto ieri». Tenere gli occhi puntati sul male compiuto, per non ripeterlo più. Rinascere, cambiare strada. È l’esperienza vissuta del Padre Nostro.

Bisogna lascarsi sorprendere da Dio, che è Padre e ci vuol bene. Non capire per amare, ma amare per capire: questa è la rivoluzione copernicana compiuta dal cristianesimo. Tutte le volte che vogliamo solo capire con la mente e non con il cuore, ci chiudiamo alla gioia e allo stupore dell’incontro. La presa sulla realtà diventa forzata e sterile. Solo chi ama e si lascia amare diventa creativo e generatore di valore. Quando Borsellino arriva per la prima volta a Palermo, quella città non gli piace; dice di avere cominciato ad amarla quando ha cominciato a pensare di trasformarla. Le solite-cose, vissute nell’amore, sono trasfigurate; persino i peccati.

Certo, c’è il rischio di abituarsi alla bellezza: un arcobaleno che dura un quarto d’ora non lo guarda più nessuno (Goethe); o di non credere per troppa gioia: temiamo che prima o poi finisca. Per questo occorre mettersi in gioco, scavare nel profondo… le verità più evidenti sono le più ostiche da svelare. E allora, «Signore, insegnaci a pregare»! Per capire di chi sono figlio, di cosa ho bisogno veramente, qual è la meta del mio vagare…






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