La Dimensione Spirituale

04 Mar 2017


UN GIORNO SENZA UN SORRISO È UN GIORNO PERSO

“Se avesse attorno a sé tutto l’amore che ho io, non cadrebbe nella trappola di misurarsi sulla perfezione fisica, ma sulla sua anima intatta”.

In questi giorni in cui tanto si parla del “caso” dj Fabo - responsabilità, diritti, legalizzazione, cultura eutanasica, etc. - a me fa riflettere l’appello di Matteo, 19 anni, disabile gravissimo, pubblicato su Avvenire (25 settembre 2017).

Non parla, non cammina, non fa nulla da solo a causa di un’asfissia alla nascita. Ma all’uomo che chiede l’eutanasia dice (sfiorando una tastiera): "Noi possiamo pensare e il pensiero cambia il mondo".

Credo che un disabile rappresenti il mutamento di prospettiva di cui il mondo ha bisogno per evolvere. Il problema è che viviamo in una società che vede la disabilità come un’assenza di qualcosa, anziché come una diversa presenza. Conformiamo il nostro sguardo, il nostro giudizio a diktat di perfezione omologanti imperniati su criteri estetico-funzionali. Se perfezione è avere un corpo che funziona, magari anche da mostrare con orgoglio, allora è ovvio che un disabile voglia solo scomparire; invece se perfezione è essere ricettacolo di vita, ecco allora che tante diverse presenze acquistano ciascuna un valore peculiare. Se le persone vengono misurate per ciò che fanno, la decisione di dj Fabo è comprensibile, ma se vengono misurate per quello che sono, beh allora diventa discutibile. Non è questione di leggi, ma di sguardo. Come ci ricorda Albert Einstein: “Ognuno è un genio, ma se si giudica un pesce dall’abilità di arrampicarsi sugli alberi, passerà tutta la vita a credersi stupido”.

Se cresciamo cercando il valore nella cresta dell’onda, è inevitabile che quando cadiamo risuoni il vuoto. Il valore credo sia da riconoscere nella vita stessa, che ci precede e ci fonda. “Tu sei Questo” è la massima del saggio indiano. Per coglierne il senso, bisogna leggerla in profondità: il “tu” esiste in quanto manifestazione di “Questo”; rottura dell’io isolato, irruzione del Tutto (=Vita) che si esprime in me, in te, in ogni essere vivente; e la vita si manifesta come vuole. È più che accettazione, è comunione o amore dell’essere.

Ho conosciuto proprio in questi giorni una famiglia che è la dimostrazione concreta che la vita può essere vissuta nonostante tutto. A fronte delle difficoltà evidenti, mi colpisce la loro solarità. “Noi tre”. Così si firmano quando commentano i post su Facebook, e questa espressione mi commuove sempre. Sono i genitori di Michele, disabile affetto da malattia rara, che compirà 28 anni il mese prossimo. Li incontro e, parlando con loro, capisco quanta sofferenza può celarsi dietro un sorriso. Ma, tra l’espresso e l’inespresso, colgo anche tanta tenacia e tanto amore. Conoscerli è stata per me la conferma che chi cresce dando importanza alle piccole cose, difficilmente si troverà smarrito di fronte alle difficoltà, o comunque saprà riprendersi, perché ha in vista l’essenziale. «Noi siamo gente umile - confessano i genitori - ma abbiamo sempre saputo ricavarci una vita ricca sulle piccole cose, su cose che sono alla nostra portata, senza desiderare mai nulla di più. Vediamo tanta gente benestante che può permettersi tutto e non è mai appagata. Noi, invece, con cose semplici siamo contenti e acquistiamo una carica che riusciamo a trasmettere anche agli altri. Ci gustiamo tutti i momenti della vita, anche i più duri, perché tanto ormai sappiamo che si supereranno». Michele è come prigioniero del suo corpo, che non governa a causa delle reazioni compulsive, ma all’interno di quel corpo c’è un cuore che batte, una mente che pensa. «Michele si rende conto che, pur con tutti i suoi limiti, è un magnete: attira l’attenzione di tanta gente che vuole provare a stabilire un contatto con lui. A volte, scherzando, gli diciamo che accentra sempre l’attenzione su di sé. Questo ovviamente ci fa piacere, e fa piacere anche a lui, che si sente ben voluto, amato». Quando chiedo loro se Michele sia felice, mi rispondono: «a momenti, ma quei momenti ci caricano». Non è facile. Mi sono resa conto di entrare in una sfera molto delicata, ove nessuno è in diritto di giudicare. Ma… fin che c’è amore c’è vita, ne sono fermamente convinta. E se l’amore viene esteso a tutta la società, allora si stabiliscono relazioni di supporto che possono fare davvero la differenza!

Prima di congedarci, i genitori di Michele notano una maglietta con la scritta “Un giorno senza un sorriso è un giorno perso”. E mi dicono: «Questa sarebbe giusta per Michele: tutti, da sempre, lo chiamano “Micky smile” per il suo sorriso caratteristico (sorridono, ndr)».






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