UN PO’ DI BUONUMORE

Venerdì 26 maggio 2017 nel Teatro Parrocchiale di San Vendemiano sarà presentato il libro di don Pier Amort. Con la partecipazione di Renato Sartor (scrittore), Innocente Soligon (storico e regista) e Alessandro De Bastiani (editore).

Pierdomenico Amort, parroco di San Vendemiano dal 1996, è nato a Santa Lucia di Piave il 6 maggio 1943. Ha assunto ruoli significativi sia nell’Azione Cattolica che nelle Acli. È stato nominato Monsignore nel 1999 da Mons. Alfredo Magarotto. Profondo affetto e devozione lo legano a San Giovanni Paolo II, con il quale ha celebrato più volte l’Eucaristia. Nelle comunità in cui è stato pastore e guida è noto anche per la sua propensione allo scherzo, per la battuta sempre pronta nello slancio umano che lo contraddistingue.

- Don Pier, com’è nato il libro “Un po’ di buonumore…”?

Questa raccolta, iniziata tanti anni fa, ha trovato il suo primo impiego nei trasferimenti delle gite e dei pellegrinaggi a bordo di pullman, utili a vivere sani momenti di allegria, quando cominciava a calare la palpebra e cresceva la noia per la lunghezza del percorso. In queste occasioni, avevo sempre con me dei fogli su cui scrivevo le barzellette da raccontare. Poi, una decina di anni fa, nella nostra radio parrocchiale (UHF 863 – 865) è cominciata la trasmissione “Ti faccio un po’ di compagnia” fatta apposta per intrattenere, almeno una volta alla settimana (il venerdì pomeriggio), gli anziani e gli ammalati che sono a casa; il palinsesto di questa trasmissione prevede una rubrica conclusiva nella quale si racconta qualche barzelletta, intitolata appunto “Un po’ di buonumore…”. Da qui l’idea di raccogliere le varie barzellette in un libro. Non tutte sono di mia produzione: alcune sono di altri, ma mi sono piaciute e ho voluto includerle nella raccolta. Alcune sono semplici, altre più lunghe e complesse, ma generalmente rispettose della sensibilità di tutti.

- Può sembrare strano che l’autore di un libro di barzellette sia un parroco: come si coniugano spiritualità e umorismo?

Essendo la raccolta l’esito di un’attività che in parrocchia svolgiamo da dieci anni, lo scopo, chiaramente, è pastorale: intrattenere le persone anziane, che spesso sono sole e non hanno diversivi; far sentire loro un po’ di affetto e la nostra vicinanza solidale; sollevarli, anche solo per un’ora, dalle loro situazioni di tristezza e di dolore. Come le gite, i pellegrinaggi, etc. anche questo è un servizio che la parrocchia offre per far crescere la prossimità tra le persone.

È vero che nel Vangelo non c’è scritto mai che Gesù rida, ma si può immaginare che anche lui abbia avuto qualche circostanza che lo abbia fatto sorridere. E poi io credo che ridere serva a tirar su il morale. Oggi giorno le trasmissioni televisive che vediamo, i giornali che leggiamo sono pieni di brutte notizie. Abbiamo bisogno di tirarci su un po’! Il riso fa buon sangue, dicevano già una volta. Quindi anche questa mia raccolta ci può aiutare a prendere la vita un po’ più serenamente.

- Sicuramente un bell’esempio di come il sano umorismo (quello né sporco né politicamente scorretto) si possa cercare e coltivare proprio negli spazi parrocchiali. Oltre allo scopo pastorale, mi pare ci sia anche uno scopo benefico…

Sì, l’intero ricavato di questo libro (che è stato finanziato da una persona generosa) andrà a sostenere la nostra Scuola Materna parrocchiale.

- Raccontare barzellette socializza, mentre i nuovi mezzi di comunicazione individualizzano (se ci va bene, ridiamo da soli). Raccontare barzellette, come una “cantada” in compagnia, credo sia il recupero di una tradizione, o meglio della saggezza di una generazione che riusciva a fare del buon umore una forza di coesione e un modo per portar via le amarezze…  

Sì, era un modo per stare in compagnia e quindi per costruire e vivere anche l’amicizia in maniera allegra, spensierata. Credo faccia sempre bene una sana iniezione di buon umore che tira su un po’ la vita.

- In questo senso, credo possa intercettare un bisogno che è anche delle giovani generazioni…

Certamente.

- A San Vendemiano tutti sanno, direttamente o indirettamente, quanto sia piacevole la sua compagnia durante le gite, gli incontri, i pranzi o le cene con la comunità. Quanto le è servito questo dono, se così possiamo definirlo, nel suo ministero pastorale?

Sì, è qualcosa di connaturato. Mi è sempre piaciuto, nelle più svariate circostanze, raccontare barzellette. Io, per la verità, ho fatto anche teatro comico nel passato, anche nei miei primi anni da prete. Con un amico, Innocente Soligon, abbiamo anche scritto degli sketch comici, che poi rappresentavamo. In parrocchia, mettevamo su un po’ di orchestrina e un po’ di sketch comici… allora non c’era televisione, non c’era altro… e la gente accorreva numerosa. Allora tutto gravitava attorno alla parrocchia, e noi creavamo queste opportunità affinché la gente stesse insieme coltivando la dimensione dell’allegrezza, del buon umore.

- Del resto il cristiano dovrebbe essere una persona che lascia trasparire felicità interiore…

Certo, perché noi abbiamo alle spalle la speranza cristiana che anche nelle situazioni peggiori si può guardare oltre. È la speranza che nasce dal Vangelo, che nasce dalla certezza che Cristo sta dentro la storia. Quindi abbiamo motivo di stare in serenità, in allegria! Questo non vuol dire non assumersi le proprie responsabilità, non impegnarsi, perché non è un lasciar andare ma è piuttosto un mettersi dentro con quella pace interiore che la fede ti offre.






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